Dopo questi fatti, Gesú andò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberíade, e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. Gesú salí sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli…
Gv 6, 1-15
Dopo questi fatti, Gesú andò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberíade, e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. Gesú salí sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Alzati quindi gli occhi, Gesú vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: “Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?” Diceva cosí per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. Gli rispose Filippo: “Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo.” Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: “C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?” Rispose Gesú: “Fateli sedere!” C’era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesú prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuí a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. E quando furono saziati, disse ai discepoli: “Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto.” Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: “Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!” Ma Gesú, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo.
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Con questo racconto, l’autore del quarto vangelo introduce una delle sue piú forti affermazioni riguardanti Gesú: “Io sono il pane della vita” (6,35.48), “il pane disceso dal cielo” (6,41.50.51.58). E sviluppa estesamente ciò che è noto come un doppio discorso circa “il pane della vita” (6,33-50) e “l’eucaristia” (6,51-58).
Nel primo di questi discorsi -cosí come nei segni che lo precedono: la moltiplicazione dei pani e il camminare sul mare-, Gesú è presentato come il “nuovo Mosè”, che offre la “vera manna” e che attraversa il lago (come se di un nuovo “mar Rosso” si trattasse) per guidare il popolo, attraverso un “nuovo esodo”, verso la terra della libertà e della vita.
Con il secondo, l’autore del vangelo sostituisce addirittura il racconto dell’istituzione dell’eucaristia. Al suo posto, com’è noto, inserirà la narrazione della lavanda dei piedi. (13,1-20).
Il testo che oggi leggiamo costituisce, come dicevo, una sorta di introduzione al messaggio che verrà subito dopo. In questo senso, si potrebbe dire che si tratta di un pre-testo, in forma di catechesi, dotato di un profondo simbolismo.
Infatti inizia con una domanda che il proprio evangelista riconosce essere retorica (poiché “egli infatti sapeva bene quello che stava per fare”). Tuttavia, pur essendo retorica, serve a dare una cornice appropriata alla narrazione completa, facendola partire da uno scopo chiaro: “perché costoro abbiano da mangiare”.
In un altro luogo, in questo stesso vangelo, si mettono in bocca a Gesú queste parole: “io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (10,10). Quelle che oggi stiamo commentando vanno nella stessa direzione.
“Perché abbiano da mangiare”: se ciò è riferito al popolo giudeo, al lettore non riuscirà difficile evocare la storia dell’esodo e della manna, a dimostrazione della cura di Yhwh. Qui invece incontriamo Gesú, che si prende cura anche lui del suo popolo, fino al punto che sarà proprio questa cura il punto di partenza di tutta l’azione.
Dal nostro punto di vista, è comunque legittimo riferire queste parole a tutta l’umanità. Cosí facendo, indubbiamente i destinatari della catechesi si sono moltiplicati, al punto che l’interesse che Gesú manifesta: “perché abbiano da mangiare”, raggiunge tutti loro.
Ed è qui che comincia a dispiegarsi ancora di piú la ricchezza del simbolismo che racchiude questo racconto e che è suscettibile di diversi livelli di lettura.
Uno di questi sarebbe quello etico, che nasce dall’amore e ci mette in moto per far sí che “tutti abbiano da mangiare”. Si dice spesso che l’etica è il criterio di verificazione di ogni religione e della stessa spiritualità. E ciò non perché si dia la preferenza ad alcun tipo di volontarismo, ma perché costituisce il test nel quale si dimostra la qualità dell’amore e, parallelamente, il distacco dall’ego come unico centro. Senza questo punto di riferimento etico, uno potrebbe credere di trovarsi su un alto gradino spirituale mentre in realtà si troverebbe soltanto in un autocompiacente paradiso narcisistico.
Ma c’è ancora un altro livello specificamente spirituale. (Il nostro linguaggio è limitato e siamo costretti a separare per poter analizzare; la realtà, invece, è una, e quell’impegno etico è già, in sé stesso, spirituale). Sarà a questo livello che Gesú verrà presentato come “il pane della vita”. E questo, che cosa significa?
L’immagine è chiara: Gesú costituisce il nutrimento che ci fa vivere. Ciò che cambia è il modo in cui intendiamo questa immagine.
Ad un livello di coscienza mitico (con ancora dei residui del livello magico), era normale che Gesú fosse visto come qualcuno in grado di moltiplicare i pani, in un senso letterale. Nello stesso modo, e secondo un modello duale di conoscere, lo si vedeva come il “salvatore” che, dall’esterno, forniva il nutrimento per la nostra vita, non appena si credeva in lui.
In questa cornice, credere aveva una marcata componente mentale; si trattava di un’adesione alla credenza che Gesú era il Salvatore divino e che, in virtú di quest’adesione, eravamo già salvati.
Nel modificarsi sia il livello di coscienza sia il modello di cognizione, diventa necessaria una “traduzione” di quelle affermazioni al nuovo “idioma”. E cominciamo a riconoscere che Gesú non salva “dall’esterno” e non è nemmeno qualcuno “separato” da noi. Ciò che nutre realmente non è quindi l’adesione mentale al suo messaggio, neppure il diventare suoi seguaci.
Gesú salva e nutre perché è il pane. E questo, al livello piú profondo, è quello che siamo tutti. Non siamo stati chiamati, dunque, a “credere” che Gesú è colui che nutre l’umanità, ma a riconoscere che il Fondo ultimo di tutto ciò che è reale è già il nutrimento, il pane della vita. E, se vogliamo nutrircene, dovremo avvicinarci e vivere connessi a questo Fondo che condividiamo con lui e con tutti gli esseri.
Chi ha “visto” sa che la Realtà è una. Quello che succede è che la nostra mente -non può fare altrimenti- la “legge” in prospettive diverse e, di conseguenza, la frantuma e le dà nomi diversi che producono in noi la sensazione di stare parlando di “diverse realtà”, non solo differenti ma perfino scontrate fra loro.
Cosí, la “realtà interiore” la chiama “io”; la “realtà esterna”, la chiama “mondo” o società”; e la “realtà superiore”, la chiama Dio. In seguito, questa lettura mentale viene presa alla lettera, come se si corrispondesse con la realtà in quanto tale, e rimaniamo prigionieri da questo inganno dualistico.
La Realtà è Una, e Uno è il Fondo che sostiene tutto: “il mio” Fondo è lo stesso e unico Fondo di Dio, degli altri e del cosmo. Ed è questo Fondo quello che nutre; è questo Fondo “il pane della vita”. Siamo vivi nella misura in cui rimaniamo coscientemente connessi ad esso e ci lasciamo vivere in esso, nella coscienza chiara che costituisce la nostra Identità ultima.
Gesú diceva con tutta verità: “io sono il pane della vita”, perché sapeva anche dire: “io e il Padre siamo una cosa sola”. Vivendo nella coscienza chiara della sua identità (“Io Sono”), egli si riconosceva come il Fondo dal quale nasce ogni vita.
Ed è allora, quando entriamo in connessione con questo Fondo, che scopriamo che lo stiamo condividendo anche con lo stesso Gesú. E che quello che lui era lo siamo tutti, anche se ne siamo ignari. Tutti siamo Vita, tutti siamo “il pane della vita”.
Enrique Martínez Lozano
Traducción de Teresa Albasini
