Domenica I di Quaresima
22 febbraio
Mt 4, 1-11
L’essere umano inizia il suo percorso esistenziale come pura necessità. Più che agli altri mammiferi, al neonato umano ci vuole tempo per iniziare a muoversi da solo. Non è quindi sorprendente che, percependo noi stessi così bisognosi, ci facciamo un’immagine di noi stessi come esseri carenti e ci vediamo spinti a colmare questa mancanza aggrappandoci a qualsiasi cosa – avere, potere, apparire, fare… – che possa darci una sensazione – certa o meno – di sicurezza.
Ciò che accade è che, mentre ci leggiamo in questa chiave, ci troveremo inesorabilmente intrappolati, in un circolo vizioso fatto di voracità e insoddisfazione. Volendo catturare tutto, sperimenteremo che il vuoto non cessa. Non solo questo; finiremo per riconoscere che non troveremo mai nulla che possa saziarci completamente.
Questo è così perché, in sé, il nostro personaggio – ciò che chiamiamo “io” – è vuoto. Con ciò, anche senza accorgersene, gli risulta del tutto impossibile sperimentare la pienezza. E può trascorrere la sua esistenza inseguendo oggetti di ogni tipo, mentre porta con sé la frustrazione che gli manca sempre qualcosa. Leggendoci in chiave di carenza, il nostro sguardo sarà puntato automaticamente su tutto ciò che ci manca.
L’errore di base si trova nella stessa chiave di lettura, che ci ha rinchiusi in una mezza verità. È innegabile che, nella nostra forma personale, siamo esseri bisognosi. Tuttavia, questa forma non esaurisce la nostra verità né costituisce la nostra identità. Nella misura in cui ci addentriamo nell’autoconoscenza, ci comprendiamo come pienezza che si sperimenta in forma di mancanza. Questa è la nostra paradosso. Comprendendola, cambia tutto. E cambia completamente la nostra chiave di lettura: in ciò che siamo, non ci manca nulla.
Enrique Martínez Lozano
(Bollettino settimanale)
Versione italiana tradotta con IA
