Fe Adulta

Sentendo la grotta

Oggi si parla molto di ripensare il cristianesimo, io lo sostengo per ovvie ragioni e mi permetto di proporre, soprattutto in questi giorni, di ri-sentire il cristianesimo.
Mi sento invitata a lasciare per alcuni giorni “il cappello occidentale” e ad aprire spalancate le anime alla nudità della Parola che accompagna le celebrazioni della comunità cristiana.

Se ci predisponiamo a sentire, a sentire con le viscere, forse tutto risulterà meno freddo, dato che la liturgia ha senso se c’è la vivencia. Senza la vivencia, la liturgia è un rituale che può dire qualcosa o no. Sembra che dica poco a molte persone e la mia riflessione è che si cerca di scaldare con canti natalizi e tanto testo l’assenza di esperienza di grotta.

Gesù insiste affinché mi fermi per ascoltare-sentire, il significato della grotta per la mia vita e per quella della comunità cristiana, e per quella della famiglia.

La grotta non è un fine in sé, è un fine di percorso, è una tappa. Tappa imprescindibile per comprendere l’incarnazione. Cioè, il cristianesimo non può essere altro che una buona ideologia se non scende dalla testa alle viscere della vivencia. La grotta è qualcosa come le viscere dell’umanità, dove si sente la vita, perché è uno spazio naturale, senza cemento né mattoni, senza pareti divisorie, aperto.

La grotta è un’apertura naturale nella roccia dura della vita e perciò è spazio per rifugio dalla pioggia, dalla legge, dallo sfratto e dal freddo fisico e della nostra interiorità.

La grotta è dentro di noi e fuori. Dentro, è quel luogo marginale del mio essere che non mi piace, perché è oscuro, umido e freddo, non visitato perché mi fa paura entrare. E, allo stesso tempo, è quel luogo dove è notte, e non c’è luce artificiale, che intimorisce perché non sai cosa o chi potresti incontrare.

Forse, mi sto perdendo nel trovare persone che mi guardano con affetto e questa tenerezza mi facilita sciogliere i nodi, buttare giù le mura che ci hanno separato o diviso.

È vero che, questi giorni bisogna fare molte cose, ma solo una è importante ora, schiarire quella sguardo, discernere quella paura, spolverare quel ricordo, con il bambino in braccio, questo sì.

La grotta è quella apertura naturale della natura che accoglie e protegge e che Francesco d’Assisi nella sua esperienza del Natale ci riempie di natura: animali, vegetazione, ruscelli… tutto in attesa, tutto nel suo stato puro.

È la nuova creazione, quella che ci è stata data quasi 14 miliardi di anni fa e che si è venuta formando, miracolosamente, cellula per cellula, molecola per molecola… a quella stiamo distruggendo, perché abbiamo paura della grotta, delle viscere della vita, della storia e di Dio, perché la grotta contiene Dio fatto carne, come il seno materno contiene il bambino che sarà.

Nella mia intimità, se riesco a lasciare indietro le paure e a sbirciare, mi ritrovo abitata dall’Amore. Quel bambino sorridente che cambia colore e tratti a seconda di dove sia più forte il conflitto, sia che si tratti di persone della mia famiglia, della mia comunità parrocchiale o religiosa, sia che si tratti di conflitti tra nazioni che lasciano dietro di sé rifugiati, segnando la geografia di molte zone, confinanti con la grotta che lui ha scelto. Forse per questo.

Per entrare nella grotta devo  chinare .  Ohimè per chi non sa accovacciarsi, ci perdiamo il Tesoro! Anche per entrare nella grotta della creazione devo abbassare il senso di proprietà e rispettare… e molto di più per entrare in quella delle persone, è il modo di diventare costruttrici di pace, scendendo dal piedistallo su cui, quasi senza rendermene conto, mi autoergo.

E, infine, e non per questo meno importante, la grotta non ha pareti divisorie, è uno spazio aperto. Lì ci troviamo.

Felice Tempo di Natale in modalità “grotta”.

 

Magda Bennásar Oliver, sfcc

Versione italiana tradotta con IA

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