Leone XIV già a Roma. Da questo momento possono già iniziare le analisi che proietteranno le conseguenze del suo viaggio in Spagna. In questa società dell’immagine cercheremo di immortalare gesti, messaggi e momenti per comprendere, a giudizio di alcuni, una visita storica. Ognuno resterà con quello che avrà trapassato la sua anima, un brivido interno nel contemplare un uomo semplice, ma con una determinazione e una chiarezza a prova di bomba. A rischio di sbagliarmi, sceglierò due: il discorso al Congresso e quel momento in cui il papa parla con il pilota dell’F-18 che lo scortava fino a Barcellona. Sono intimamente intrecciati. Mi spiego. Si può vedere il papa che osserva con lo sguardo di un bambino, con ammirazione e innocenza, l’orizzonte infinito del cielo. In modo analogo, il suo discorso al Congresso dei Deputati ha aperto un intero orizzonte su uno dei temi più importanti nel seno di una democrazia: la relazione tra la cittadinanza, la religione e la democrazia. Nel 2011, Agustín Domingo, professore ordinario di Filosofia Morale e Politica, ha pubblicato un libro dal titolo Ciudadanía activa y religión. Nell’introduzione situava il dibattito: “Le relazioni tra cittadinanza e religione sono un problema strutturale nel dibattito contemporaneo sul senso, la portata e i limiti della globalizzazione”.
Dopo il discorso del papa ci chiediamo se sia legittimo che un leader religioso parli nella casa della sovranità nazionale quando siamo uno Stato laico, articolo 16 della Costituzione Spagnola. Si richiedono, dunque, delle distinzioni precise per arrivare a comprendere, come esprime Domingo Moratalla, ciò che abbiamo davanti con un’analisi di una certa maturità. Uno Stato laico si organizza senza contare sulle confessioni religiose perché sono una questione privata e, pertanto, non possono partecipare alla governance pubblica e positiva. D’altra parte, uno Stato confessionale è quello in cui si riconosce ufficialmente o formalmente una religione specifica come propria o statale nella sua legislazione e Costituzione.
Ora, uno Stato aconfessionale è quello che non si identifica con nessuna confessione determinata, ma non si disinteressa dell’importanza e del valore delle religioni per la gestione degli affari pubblici. La virtualità di questo modello è che accoglie ciò che Habermas, il pensatore europeo illuminista e progressista per antonomasia, descrive come i principi prepolitic, cioè i presupposti che non sono frutto di una deliberazione e decisione democratica, ma la precedono e la rendono possibile. In altre parole, Habermas riconosce il carattere incompleto della ragione democratica perché richiede, per alimentarsi e nutrirsi, condizioni spirituali che non genera da sola.
Nel dialogo pubblico che mantenne con Joseph Ratzinger nell’Accademia Cattolica di Baviera il 19 gennaio 2004, arriva a dire che la “motivazione per la partecipazione dei cittadini in un’educazione dell’opinione e della volontà politiche si alimenta in gran parte da ideali etici e da aspetti culturali della vita”. Il nostro Stato aconfessionale ha i meccanismi necessari per raccogliere la ricchezza dei principi che sostengono le confessioni religiose. La democrazia ha bisogno di tali energie per costituire una cittadinanza attiva e impegnata per la giustizia e nella salvaguardia della dignità di ogni persona. E la fede ha bisogno della ragione, come direbbe Benedetto XVI, per curare i suoi radicalismi e i suoi eccessi. La vita politica non vive soltanto della legalità e del diritto. Anzi, una delle ragioni della corruzione politica è che i principi e la verità sono saltati in aria. Ci abbondano atti di contrizione e acclamazioni al cielo e ci mancano analisi e dibattito pubblico su ciò che sta germinando tra noi e neghiamo per pregiudizi e analisi superficiali.
Concludo con Habermas: “I cittadini secolarizzati non possono negare per principio ai concetti religiosi il loro potenziale di verità, né possono negare ai concittadini credenti il loro diritto a fare contributi in linguaggio religioso alle discussioni pubbliche”. Il trionfo di Leone XIV è che ci ha messo a pensare e a dibattere, rendendo possibile una dialettica della secolarizzazione in contesto e in situazione, compito quasi impossibile nei tempi in cui la criminalizzazione dell’avversario è diventata un elemento naturale del nostro paesaggio culturale, politico e sociale. Sia benvenuto.
José Miguel Martínez Castelló
Dottore in Filosofia e insegnante di secondaria superiore al PJO
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