Non fu Dio a creare la morte né si compiace della rovina dei viventi; egli creò tutto perché sussistesse… Ma gli empi… si dicono ragionando erroneamente: breve e triste è la nostra vita; non c’è rimedio nella morte dell’uomo né si sa di nessuno che sia tornato dall’Ade…
SAPIENZA 1, 13 – 2, 25
Non fu Dio a creare la morte né si compiace della rovina dei viventi; egli creò tutto perché sussistesse…
Ma gli empi… si dicono ragionando erroneamente: breve e triste è la nostra vita; non c’è rimedio nella morte dell’uomo né si sa di nessuno che sia tornato dall’Ade… Orsù, dunque, godiamo dei beni presenti, godiamo delle creature con l’ardore della giovinezza. Opprimiamo il giusto povero, non risparmiamo la vedova, non rispettiamo le chiome canute del vecchio…
Così ragionano, ma si ingannano; la loro malvagità li acceca; non conoscono i segreti di Dio, non sperano ricompensa per la santità né credono nel premio delle anime irreprensibili. Perché Dio creò l’uomo per l’incorruttibilità, lo fece a immagine della sua stessa natura…
È l’ultimo dei “libri Sapienziali”, e l’ultimo degli scritti dell’AT, composto forse all’inizio del primo secolo. Alcuni autori arrivano a pensare che sia contemporaneo di Gesù. Non è incluso nel canone ebraico. La Chiesa lo ha sempre tenuto in grande considerazione, e lo si legge frequentemente nell’Eucaristia.
Come tutti i libri sapienziali, “sapienza” è saper vivere, applicare la Parola di Dio alla vita, agire saggiamente secondo la volontà di Dio. Il testo che leggiamo oggi è magnifico, e ci offre una duplice riflessione: Dio non vuole la morte, ma la vita, per questo ha creato tutto; si ingannano gli empi pensando che tutto finisca qui e che quindi l’unica cosa che importa sia godere.
Mi colpisce la parola “empi”, soprattutto applicandola a noi oggi. Intendo per “noi” la società del primo mondo, dell’occidente, del Nord o come si voglia chiamarla, che si dice (ci diciamo) seguaci di Gesù, ma che sentiamo la morte come il disastro definitivo e aspiriamo soprattutto alla felicità effimera del consumo. Cioè, empi.
Sono temi che da un lato ci riempiono di speranza e di vergogna e, dall’altro, incoraggiano una vita guidata dai criteri di Gesù, orientata alla Vita Definitiva.
CORINZI 8, 7-15
E allo stesso modo che eccellete in tutto: nella fede, nella parola, nella scienza, in ogni interesse e nella carità che vi abbiamo trasmesso, eccellete anche in questa generosità. Non è un ordine; voglio solo, mediante l’interesse per gli altri, mettere alla prova la sincerità della vostra carità. Infatti conoscete la generosità del Signore nostro Gesù Cristo, il quale, essendo ricco, per voi si è fatto povero affinché vi arricchiste con la sua povertà.
Ma non si tratta di alleviare gli altri passando voi stessi delle strettezze, si tratta di livellare. Al momento attuale la nostra abbondanza rimedia alla mancanza che essi hanno; e un giorno, l’abbondanza di loro rimedierà alla vostra mancanza; così ci sarà livellamento. È quello che dice la Scrittura: “A chi raccoglieva molto, non avanzava; e a chi raccoglieva poco, non mancava”.
Pablo ha organizzato una colletta a favore dei fratelli di Gerusalemme, che stanno attraversando difficoltà economiche. In queste righe, esorta i fratelli di Corinto a essere generosi.
Il tema non ha una relazione diretta con gli altri due testi, ma nel contesto della nostra società occidentale attuale emerge una connessione sorprendente: l’ideale di vita di gran parte della nostra società, che si manifesta nella gioventù in modo clamoroso ma risiede in tutte le età, in forme più raffinate e meno spettacolari (a volte) mostra la connessione profonda delle attitudini: porre la meta della vita nel godimento dell’immediato e disinteressarsi dei problemi altrui.
La parola “livellare” è insufficiente. Gesù parlerà di sentire come propri i problemi degli altri. E nelle prime comunità “nessuno considerava come propri i propri beni” ma li mettevano a disposizione della comunità in modo che “non c’era tra loro nessun indigente”.
José Enrique Galarreta
