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Ezechiele 34, 11-17 / Corinzi 15, 20-28

Così dice il Signore Dio: Io stesso in persona cercherò le mie pecore seguendo le loro tracce. Come un pastore segue le tracce del suo gregge quando trova le pecore disperse, così seguirò io le tracce delle mie pecore; e le libererò, tirandole fuori da tutti i luoghi dove si erano disperse nel giorno delle nuvole e dell’avversità…

Domenica 34 tempo ordinario


EZECHIELE 34, 11-17

Così dice il Signore Dio:

Io stesso in persona cercherò le mie pecore seguendo le loro tracce. Come un pastore segue le tracce del suo gregge quando trova le pecore disperse, così seguirò io le tracce delle mie pecore; e le libererò, tirandole fuori da tutti i luoghi dove si erano disperse nel giorno delle nuvole e dell’avversità.

Io stesso pascerò le mie pecore, io stesso le farò riposare – Oracolo del Signore Dio -. Cercherò le pecore perdute, farò tornare quelle smarrite, fascerò le ferite, curerò quelle malate; quelle grasse e forti le custodirò e le pascerò come si deve.

Quanto a voi, pecore mie, dice il Signore Dio: Ecco, io giudicherò tra pecora e pecora, tra ariete e capro.

Ezechiele visse tra il 600 e il 550, senza che si possa precisare di più. Sono gli anni tragici della distruzione di Gerusalemme da parte dei babilonesi di Nabucodonosor (578). Ezechiele e Geremia sono i due profeti testimoni della caduta di Gerusalemme e della deportazione a Babilonia.

La prima parte della profezia di Ezechiele è contemporanea agli ultimi giorni di Giuda, ed è annuncio della caduta di Gerusalemme. La seconda parte, già in esilio, si dedica a mantenere la speranza del popolo nella restaurazione, fondandola nella fiducia in Dio e quindi nell’adesione del popolo al Signore, non in vane speranze politiche.

Il testo che leggiamo oggi corrisponde a questa seconda parte. È stato estratto dal contesto, come quasi sempre. L’intero testo è una violenta diatriba contro i cattivi pastori. Le disgrazie del popolo sono in gran parte responsabilità dei cattivi capi, che non sono stati pastori ma predatori, che non si sono preoccupati del gregge ma lo hanno rovinato.

Ma il Signore stesso prenderà l’iniziativa e sarà pastore del suo popolo. L’immagine si completa con l’esigenza di responsabilità, sotto forma di giudizio, tra pecora e pecora. È anche un testo messianico ed escatologico, annuncio di un unico futuro pastore e di una sistemazione finale nei pascoli più verdi.

Il testo è incluso qui come magnifico complemento della “parabola” del Giudizio finale che leggiamo nel Vangelo.

 

CORINZI 15, 20-28

Fratelli: Cristo è risorto, primizia di tutti i morti. Se per un uomo venne la morte, per un uomo è venuta la risurrezione. Se per Adamo morirono tutti, per Cristo tutti torneranno a vivere.

Ma ciascuno al suo posto: prima Cristo come primizia; poi, quando Egli tornerà, tutti i cristiani; infine gli ultimi, quando Cristo restituirà a Dio il suo Regno, una volta annientato ogni principato, potere e forza.

Cristo deve regnare fino a che “faccia dei suoi nemici uno sgabello per i suoi piedi”. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte. Alla fine, quando tutto sarà sottomesso, allora anche il Figlio si sottometterà a Dio, al quale aveva sottomesso ogni cosa. E così Dio sarà tutto in tutti.

Le due frasi chiave di questo testo, che lo inseriscono bene nella festa di oggi, sono senza dubbio “Cristo deve regnare” e “Dio sarà tutto in tutti”.

Si presenta dunque un’immagine del compimento della storia umana, interpretata come “il trionfo finale di Cristo alla testa dell’intera umanità”. Cristo trionfa su tutti i suoi nemici. È molto significativo che il suo più grande nemico sia la morte. Non si tratta di un Cristo trionfante su persone. Cristo non è mai nemico delle persone.

I nemici di Cristo sono i nemici delle persone; e l’ultimo nemico è la morte, che si presenta qui come simbolo del peccato. Il testo è tra il simbolico e il profetico. Si prende l’immagine di Adamo, l’uomo senza Dio votato alla morte, e si contrappone a Cristo, l’uomo pieno di Dio, fonte di vita per tutti.

“Cristo deve regnare” – “Dio sarà tutto in tutti”, equivale a “si realizzerà il regno di Dio”, l’intera umanità arriverà alla pienezza in Dio, per la forza dello Spirito di Cristo. È uno dei testi più completi, più speranzosi, che meglio rivelano il pensiero globale di Paolo riguardo alla funzione di Cristo Liberatore dell’umanità.

 

Giuseppe Enrico Galarreta, S.J.

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