Fe Adulta

Geremia 23, 1-7 / Efesini 2, 13-18

“A causa loro, il popolo non conosce Dio”. Ma è Gesù che conosce Dio. Il pastore non deve predicare se stesso, ma mettere in contatto con Gesù…

GEREMIA 23, 1-7

Guai ai pastori che disperdono e lasciano perire le pecore del mio pascolo! Oracolo del Signore. Pertanto, così dice il Signore, Dio di Israele, ai pastori che pascolano il mio popolo: Voi avete disperso le mie pecore, le avete cacciate, non le avete custodite, perciò io vi chiederò conto della malvagità delle vostre azioni – oracolo del Signore. Io stesso raccoglierò il resto delle mie pecore da tutte le terre in cui le ho cacciate, le farò tornare ai loro ovili, cresceranno e si moltiplicheranno. E porrò alla loro guida pastori che le facciano pascolare, e non avranno più paura né spavento, né ne mancherà alcuna – oracolo del Signore. Ecco, giungono giorni – oracolo del Signore – in cui susciterò a Davide un germoglio giusto; regnerà da re saggio, farà giustizia e diritto sulla terra. Nei suoi giorni sarà salvato Giuda, Israele abiterà sicuro. E lo chiameranno con questo nome: “Il Signore – nostra giustizia”

Un testo caratteristico della predicazione dei Profeti: rinfacciare ai responsabili di Israele (il Re e i Sacerdoti) la loro trascuratezza della missione: essere buoni pastori del popolo. A causa loro, il popolo non conosce Dio e gli sopraggiungono ogni sorta di disgrazie. Ma Dio stesso si occuperà di suscitare il vero Pastore.

La Chiesa vede in questi oracoli dei profeti annunci di Gesù, colui che potrà chiamarsi, a pieno titolo, il Buon Pastore.

Ma nel momento attuale della Chiesa, in cui molti fedeli soffrono una forte perplessità a causa della disparità di posizioni dei loro pastori e dell’intransigenza con cui sono difese, il testo può essere un avvertimento molto serio: siamo soliti attribuire i problemi attuali della Chiesa alle circostanze esterne, il mondo secolarizzato, la società consumistica ecc. ecc… ma mai ai nostri stessi errori, eccessi e abusi. Mi chiedo se non si possa dire della Chiesa, noi-la-chiesa, la frase di Isaia: “voi avete disperso le mie pecore, le avete cacciate…”.

 

EFESINI 2, 13-18

Ma ora, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete stati avvicinati dal sangue di Cristo. Perché egli è la nostra pace: colui che dei due popoli ha fatto uno, abbattendo il muro che li separava, l’inimicizia, annullando nella sua carne la Legge dei comandamenti con i suoi precetti, per creare in se stesso, dei due, un solo Uomo Nuovo, facendo la pace, e riconciliare con Dio entrambi in un solo Corpo, mediante la croce, dando in se stesso morte all’Inimicizia. Egli è venuto ad annunciare la pace: pace a voi che eravate lontani, e pace a quelli che erano vicini. Poiché per lui, gli uni e gli altri abbiamo libero accesso al Padre in un unico Spirito.

L’autore intona un inno di pura mentalità paolina, rendendo grazie a Dio che ha abbattuto il muro che divideva i giudei dagli altri popoli. Questa fu la grande opera di Paolo, aprire i ristretti limiti dell’ortodossia giudaica che lo opprimevano, far comprendere a tutti che ciò che è di Gesù supera i confini di qualsiasi popolo o cultura, è una Buona Novella per tutta l’umanità. Questa sarà la tesi fondamentale di Luca negli Atti degli Apostoli. In Gesù è morta ogni distinzione delle persone per la loro razza, religione, condizione sociale… Gesù fa presente l’Uomo Nuovo, la cui identità di fratello è dovuta innanzitutto alla sua coscienza di Figlio.

Il testo pone per noi diversi problemi: anzitutto, Paolo (chiunque sia l’autore di questo scritto) sta parlando di un problema che in sé ci risulta lontanissimo, anche se al suo tempo fosse cruciale: se ciò che è di Gesù è un giudaismo rinnovato o è qualcosa di più; se è necessario passare per l’Antica Legge per arrivare a Gesù. Questo problema oggi non ci interessa molto, ma sotto di esso si cela un altro, molto attuale, che invece ci interessa.

Le prime comunità di impronta paolina ruppero di fatto con la mentalità delle comunità di impronta “giudaizzante” (quelle di Giacomo). Ma la Chiesa trionfalista che nacque a partire dalla metà del II secolo e la Chiesa trionfale e appariscente dei secoli IV e successivi recuperarono idee, modi e forme dell’Antico Testamento che nulla hanno a che fare con Gesù, ad esempio nella concezione di Dio (da Abbà al Giudice Onnipotente più temibile che amabile), nell’introduzione dell’idea di redenzione come sanguinosa espiazione vicaria applicata alla morte di Gesù e poi estesa alla teologia del sacrificio applicata alla Cena del Signore e in molti altri casi.

La Chiesa si è riebraicizzata. La teologia della lettera agli Efesini risente già di questo regresso. Come abbiamo detto a proposito della domenica scorsa, e questo è il secondo problema che il testo solleva, queste letture, a causa della loro teologia più che discutibile e della loro complicazione che le rende incomprensibili per la gente comune, non sono adatte per l’Eucaristia.

 

 José Enrique Galarreta

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