Fe Adulta

2 re 5, 14-17 / 2 tm 2, 8-13

Domenica 28 del Tempo Ordinario


2 RE 5, 14-17

In quei giorni, Naamàn il siriano scese e si bagnò sette volte nel Giordano, come gli aveva ordinato Eliseo, in nome di Dio, e la sua carne tornò pulita dalla lebbra, come quella di un bambino. Tornò con il suo seguito dall’uomo di Dio e si presentò dicendo:

– Ora riconosco che non c’è Dio su tutta la terra se non quello d’Israele. E tu accetta un dono dal tuo servo.

Eliseo rispose:

– Com’è vero che vivo e servo il Dio a cui appartengo, non accetterò nulla.

E sebbene Naamàn insistesse, egli rifiutò. Naamàn disse:

– Allora, che sia data al tuo servo una quantità di terra che possa essere trasportata da una coppia di muli; perché d’ora in poi il tuo servo non offrirà olocausti né sacrifici di comunione a nessun altro Dio che non sia il “Signore”.

I due Libri dei Re raccontano la storia del Popolo d’Israele dalla morte di Davide (971 a.C.) fino alla distruzione di Gerusalemme (587 a.C.)

Questi libri sono considerati libri “storici”. Tuttavia, sappiamo bene che Israele non scrive questi libri per interesse storico. Per questo c’erano altri libri, frequentemente citati in questi, libri di Annali, cronache di corte.

Gli autori dei Libri dei Re (la scuola deuteronomista) utilizzano questi altri libri come materiali per la loro opera, e in essa fanno una “lettura teologica” della storia d’Israele, mostrando come al popolo vada bene quando osserva l’Alleanza, e male quando si allontana da Dio.

Per questa ragione, questi libri erano originariamente chiamati “i profeti anteriori”, perché la loro intenzione è la stessa dei “profeti posteriori” (quelli che ora conosciamo come libri profetici, Isaia, Geremia, ecc.), cioè: leggere la storia alla luce della Parola e fare in modo che il Popolo, e i re, rispettino l’Alleanza.

Si pensa addirittura che il Deuteronomio e i libri “storici” che lo seguono (Giosuè-Giudici-Samuele-Re) siano un’unica opera, in cui il Deuteronomio è un grande prologo teologico che fornisce le linee guida teologiche di base e gli altri libri le applicano allo sviluppo della storia del popolo.

In questi due libri compaiono molti “profeti”, uomini di Dio che annunciano la Parola, minacciano il Popolo con punizioni di Dio se si allontanano dalla Legge, e lo incoraggiano a fidarsi solo di Dio in momenti storici minacciosi.

Tra questi profeti ci sono due particolarmente importanti: Elia e il suo discepolo Eliseo, che occupano interi capitoli tanto che si parla comunemente del “ciclo di Elia” e del “ciclo di Eliseo” come parti fondamentali di questi libri.

Nel brano che leggiamo oggi, Eliseo, uno dei profeti più miracolosi di tutto l’AT, guarisce un personaggio siriano, generale e uomo importante della corte, affetto da una malattia della pelle (che non è propriamente lebbra, perché se lo fosse sarebbe escluso da ogni funzione pubblica).

Il racconto è letterariamente complessissimo, pieno di simboli che oggi ci sfuggono quasi del tutto. L’essenza del racconto è, tuttavia, chiara: la presenza in Israele del potere dell’unico Dio, che guarisce chiunque per l’azione del suo servo il profeta. È un invito per il popolo a riconoscere che il potere di Dio è molto maggiore del potere dei falsi dèi stranieri e, quindi, un’esortazione a fidarsi di Lui.

 

2 TIM 2, 8-13

Ricorda Cristo il Signore, risorto dai morti, nato dalla stirpe di Davide. Questo è il mio vangelo per cui soffro fino a portare catene come un malfattore. Ma la Parola di Dio non è incatenata.

Per questo sopporto tutto per gli eletti, affinché anch’essi ottengano la loro salvezza, realizzata da Cristo Gesù, con la gloria eterna.

È dottrina sicura:

Se moriamo con Lui, vivremo con Lui.
Se perseveriamo, regneremo con Lui.
Se lo rinneghiamo, anche Lui ci rinnegherà.
Se siamo infedeli, Lui rimarrà fedele,
perché non può rinnegare se stesso.

Dando per scontato ciò che abbiamo spiegato le domeniche precedenti su questa lettera, vediamo in questo brano una bella esortazione di Paolo (piuttosto messa in bocca a Paolo dall’autore) a mantenere la fedeltà a Cristo in tempi molto difficili.

Il testo di oggi offre una sintesi minima ma densa della fede nel Risorto, fonte e motivo di ogni speranza. La evoca Paolo incatenato, in prigione, ricordando i meravigliosi frutti che sono seguiti da quella prigionia e manifestando ancora una volta la sua incrollabile fiducia.

L’inno finale mostra una serie di opposizioni che si infrangono nell’ultimo verso, ed è un atto di fede in Cristo al di sopra della nostra stessa fedeltà: anche se noi gli siamo infedeli, Lui deve essere fedele a se stesso. La nostra fiducia non risiede nella nostra giustizia, ma nell’essere stesso di Dio Salvatore.

 

Giuseppe Enrico Galarreta, S.J.

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