Fe Adulta

Isaia 50, 5-10 / Giacomo 2, 14-18

ISAIA 50, 5-10

Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio

e io non mi sono ribellato né sono indietreggiato.

Ho offerto la schiena a quelli che mi percuotevano,

la guancia a quelli che mi strappavano la barba.

Non ho nascosto il volto agli insulti e agli sputi.

Il mio Signore mi aiutava, perciò non rimanevo confuso.

Il cosiddetto “secondo Isaia” è una raccolta di scritti profetici risalenti al VI secolo a.C., scritti probabilmente a Babilonia durante l’ascesa di Ciro di Persia, che sta conquistando l’impero babilonese, tra il 553 e il 539 a.C., conquisterà Babilonia (539) e permetterà il ritorno degli israeliti in Palestina (538).

L’autore di questo libro è un grande teologo e magnifico letterato. La sua opera, in linea di massima, è concepita come un secondo esodo, ed è destinata a sollevare il morale del popolo in esilio e ad accendere la speranza nel ritorno in patria. All’interno di quest’opera sono inclusi quattro canti chiamati “canti del Servo di Yahvé”. (42:1-13. 49:1-13. 50:4-9. 52,13-53,12) È un personaggio misterioso. La sua vocazione è profetica, ma anche drammatica, perché è destinato a soffrire, a essere rifiutato e a caricare su di sé i peccati del popolo. La Chiesa ha sempre visto in questo personaggio una figura di Gesù, e i vangeli lo interpretano così. Alcuni autori pensano che l’interpretazione di questa figura faccia parte dell’insegnamento di Gesù su se stesso.

La figura del Servo presuppone un’interpretazione messianica fuori dal comune. La figura del messia rispondeva generalmente al modello davidico: il grande re benedetto da Dio che restaurerà la gloria di Israele e porterà ogni sorta di benedizioni al popolo perché restaurerà l’Alleanza. Ma il Messia sofferente e rifiutato non ha nulla a che vedere con il messia davidico. Questa figura rappresenta quindi molto bene la crisi messianica di Gesù stesso, che incarna la figura del Servo e contraddice la speranza del messianismo davidico.


GIACOMO 2, 14-18

A che serve dire che uno ha la fede se non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Supponiamo che un fratello o una sorella siano senza vestiti e mancanti del cibo quotidiano, e che uno di voi dica loro: “Dio vi benedica, copritevi e riempitevi lo stomaco”, e non date loro il necessario per il corpo; a che serve? Così è per la fede; se non ha opere, è morta dentro. Qualcuno dirà: “Tu hai la fede e io ho le opere. Mostrami la tua fede senza opere e io, attraverso le opere, ti mostrerò la mia fede”.

Continuiamo con la lettura continua di questo documento, senza connessione tematica con le altre due letture (anche se, casualmente, oggi possiamo in qualche modo collegarci). Il testo completa la dottrina paolina su fede/opere. Paolo insisteva sul fatto che “le opere della Legge”, cioè la fedeltà alla legge mosaica, non erano fonte di giustificazione. L’interpretazione abusiva di questa idea è corretta qui, affermando che la fede senza opere è semplicemente menzogna: la fede in Gesù, fonte di ogni santità, si manifesta nelle opere; le opere mostrano che la fede è vera o che, al contrario, è solo parole.

 

Giuseppe Enrico Galarreta

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