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In questo 4 luglio, quando il suo paese natale, gli Stati Uniti, celebra il 250º anniversario della sua indipendenza, Leone XIV ha deciso mesi fa che lo avrebbe trascorso a Lampedusa, un isolotto italiano più vicino alla Tunisia che alla Sicilia, tristemente famoso per gli arrivi di migranti sulle sue coste e i terribili naufragi che hanno costato la vita da anni a migliaia di persone che la miseria ha spinto al disperato intento di raggiungere in qualsiasi modo quella prima frontiera dell’Europa.
Una "Porta dell’Europa" che a Lampedusa è anche un luogo fisico, così chiamato non per caso e dove questa mattina, poco dopo l’atterraggio alle 9 a Lampedusa, il Papa, ricevuto da Alessandro Damiano, arcivescovo Metropolita di Agrigento e altre autorità civili, si è riunito brevemente con una famiglia migrante.
Prima Robert F. Prevost si era recato in auto al cimitero di Lampedusa per un omaggio floreale alle tombe di diversi migranti. Successivamente si è recato al «Molo Favaloro» per la benedizione della targa che dà nome a quel molo in onore del papa Francesco, che 13 anni fa ha scelto quel luogo come suo primo viaggio, pieno di significato profetico che ora Leone XIV ha voluto anche sottolineare (anche nella messa) con la sua presenza e i messaggi incisivi che ha lasciato nell’omelia dell’eucaristia che ha presieduto nello stadio «Arena» di Salina, davanti all’immagine della Nostra Signora di Porto Salvo.
"Il Papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia", ha detto loro, dopo il saluto del sindaco dell’isola, e dopo aver ricordato la permanenza del suo predecessore, Francesco, 13 anni prima in quel medesimo luogo, così come per ringraziare che abbiano voluto rinominare il molo dove arrivano i migranti con il nome del Papa argentino.
"Sono venuto a ringraziarvi, fratelli e sorelle di Lampedusa, per la prossimità che molti tra voi hanno deciso di esercitare. Si è verificato ancora una volta il miracolo della compassione", ha osservato il Papa nella sua omelia davanti a una folla che lo ascoltava sul molo dell’isola italiana, dove, come ha sottolineato il Pontefice, glosando il passo evangelico di Luca, "qui non solo hanno visto uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che li spogliano di tutto, li percuotono e se ne vanno, lasciandoli mezzo morti".
"Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone sono accolte, le loro vite si intrecciano, le diverse culture si mettono in dialogo. Si riduce al silenzio, tuttavia, dove ciascuno fa di se stesso un’isola, dove si evita il contatto e lo scambio si interrompe", ha sottolineato Prevost, insistendo sul fatto che "c’è anche chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere".
"I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese che di decisioni omesse. Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, il pensiero che questi problemi non ci riguardino, i calcoli criminali di chi trae profitto dal dramma degli altri, il passaggio lento e difficile da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise: tutto questo riproduce, oggi, il affrettato ‘passare oltre’", che si cita nel passo evangelico.
"Non manca mai chi teme di contaminarsi"
A questo punto, ha deplorato Robert F. Prevost che "purtroppo, non manca mai chi teme di contaminarsi entrando in contatto con gli altri, negando così —anche di fronte alla sofferenza e alla morte— l’origine comune in Dio", il che lo ha portato ad "affermare che l’appartenenza religiosa non deve mai trasformarsi in motivo di discriminazione, come se la fede avesse limiti e non fosse, invece, chiamata universale alla salvazione. Dove esistevano muri di separazione, Cristo li ha abbattuti. Non c’è amore di Dio senza amore al prossimo e non c’è prossimo se io non mi avvicino. Fermarsi, essere commossi, abbassarsi, piangere davanti al dolore degli altri —come ha fatto Gesù— significa entrare nel movimento dell’amore, nel quale Dio si è rivelato".
Per questo motivo –ha aggiunto–, da questo bordo dell’Europa nel Mar Mediterraneo, si vede meglio la chiamata che il fenomeno migratorio rivolge alla società europea. Tanto per questo aspetto –quanto per quanto riguarda la transizione ecologica e la promozione della pace– l’Europa possiede un potenziale unico, che deriva dalla sua storia e dalla sua cultura e, per questo stesso motivo, una equivalente responsabilità".
L’appello all’Europa era diretto, nitido, rotondo, chiaro, e in un momento in cui si approva la costruzione di centri per le deportazioni in paesi al di fuori dei confini dell’Unione. "Per la sua posizione geografica e per la sua struttura istituzionale, l’Europa ha la capacità —in questa area— di affrontare la crisi in modo organico, inserendo i primi soccorsi in un piano strategico di lunga durata, che sia capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, allo stesso tempo, lavorare per lo sviluppo, in modo che nessuno sia obbligato a emigrare. Tutto questo preservando il rispetto della dignità di ogni persona. È un dovere delle istituzioni pubbliche, ma anche di tutta la società civile e della Chiesa".
Ricordando quello che aveva detto alcune settimane fa a Tenerife, ha ricordato il Papa che "anche a Lampedusa la cultura dell’accoglienza ha una vocazione turistica che, purtroppo, può sentirsi minacciata dalle rotte migratorie e svilupparsi nell’indifferenza o persino in contrapposizione ai suoi aspetti più drammatici. Per molti, infatti, le vacanze implicano solo distrazione, leggerezza, spensieratezza. Sembra addirittura che si debba erigere un muro invisibile tra il mare dei naufraghi e quello dei villeggianti".
Di fronte a loro, il Papa agostiniano ha rivolto loro una richiesta: "Abbiate l’audacia di pensare diversamente. Poco a poco, con creatività, riuscirete affinché chiunque venga a trascorrere un periodo, anche di riposo su questa isola, possa diventare più umano misurando se stesso con la carità di voi, con quello che il mare vi ha insegnato e con gli incontri che vi hanno educati. C’è vero riposo dove si ritrova il senso della vita; c’è vero benessere quando l’economia è giusta e fraterna. In questa economia, la cura del creato e l’amicizia sociale si uniscono in una sintesi che l’umanità oggi cerca".
L’omelia del Papa
Cari fratelli e sorelle:
Dio è sempre il primo ad amarci. La bellezza del mare, di questa isola e dei vostri volti è un riflesso di questa iniziativa gratuita: l’amore ci precede, ci circonda e ci riunisce. Sono grato al Signore di poter visitarvi, seguendo le orme del Papa Francesco, che l’8 luglio 2013 ha voluto venire a Lampedusa nel suo primo viaggio come Successore di Pietro.
Gli apostoli, come sapete, hanno navigato nel Mediterraneo e hanno sperimentato l’ospitalità degli abitanti delle sue isole e delle sue coste, incrocio di civiltà da millenni. Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone sono accolte, le loro vite si intrecciano, le diverse culture si mettono in dialogo. Si riduce al silenzio, tuttavia, dove ciascuno fa di se stesso un’isola, dove si evita il contatto e lo scambio si interrompe. In questo senso, la parabola del buon samaritano, che si è appena proclamata, descrive una storia che continua (cfr. Lc 10,25–37). L’Enciclica Fratelli tutti ci ha aiutato a rilegguerla nelle drammatiche circostanze storiche in cui siamo ancora immersi. La Parola di Dio è sempre attuale e ci porta a una conversazione dalla quale uscire trasfigurati. Come risponderemo, dunque, all’amore di colui che ci ha amato per primo?
Cari amici, oggi Lampedusa e Linosa si trovano su un cammino pericoloso, come quello che scendeva da Gerusalemme a Gerico (cfr. v. 30). Qui non solo hanno visto uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che li spogliano di tutto, li percuotono e se ne vanno, lasciandoli mezzo morti (cfr. Lc 10,30). Il mare si è preso gli altri, quelli che non hanno riuscito a raggiungere dove speravano. Tuttavia, sentiamo la loro presenza, che ci interpella tanto quanto quella di coloro che sono sbarcati, bisognosi di attenzione e aiuto. Prima di ogni altra considerazione intellettuale o convinzione ideologica, l’impatto con colui che giace davanti a noi, spogliato di tutto, chiama la prossimità. La Lettera agli Ebrei ci ha detto «Ricordatevi […] dei maltrattati, come se foste nei loro corpi» (Eb 13,3). È il centro della parabola evangelica: ci facciamo prossimi, diventiamo prossimi (cfr. Lc 10,36-37)!
Sono venuto a ringraziarvi, fratelli e sorelle di Lampedusa, per la prossimità che molti tra voi hanno deciso di esercitare. Si è verificato ancora una volta il miracolo della compassione — «vedutolo, ne ebbe compassione» (v. 33)— una rivoluzione interiore che fa scaturire in noi il “sentire” di Dio e dilata i pensieri, il cuore e la vita. Ringrazio i volontari, le associazioni riunite nel “Forum Lampedusa Solidario”, le istituzioni civili, la Guardia Costiera, i sindaci e le amministrazioni che si sono succeduti nel tempo; grazie ai diaconi, ai sacerdoti, alle religiose, ai medici, agli psicologi, agli educatori; grazie alle forze di sicurezza e a tutti coloro che, con o senza il dono della fede, hanno deciso di amare insieme. Sì, perché tra voi si organizza l’amore, quell’amore del quale la compassione, che vede il fratello nel mare, è come il primo brivido, la chiamata profonda ad osare quello che non ci si sarebbe mai pensato. Saluto le persone migranti che sono qui: esse non hanno semplicemente ricevuto, ma molte volte hanno esercitato la solidarietà nel loro viaggio, come poveri che aiutano i più poveri. Grazie, fratelli e sorelle, perché non c’è nulla che si possa dare per scontato nel vostro gesto di farvi prossimi, nulla che sia automatico.
La parabola ce lo racconta: l’amore è sempre nella libertà e la libertà è nelle decisioni. C’è anche chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere. I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese che di decisioni omesse. Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, il pensiero che questi problemi non ci riguardino, i calcoli criminali di chi trae profitto dal dramma degli altri, il passaggio lento e difficile da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise: tutto questo riproduce, oggi, il affrettato “passare oltre” (cfr. vv. 31.32) del racconto evangelico.
Nella parabola, un sacerdote si trova lì «per caso» (v. 31) e, dopo di lui, un levita. I due vedono, ma passano oltre. Purtroppo, non manca mai chi teme di contaminarsi entrando in contatto con gli altri, negando così —anche di fronte alla sofferenza e alla morte— l’origine comune in Dio, l’infinita dignità di ogni essere umano e la chiamata all’amore senza limiti. È tempo di riconoscere e affermare che l’appartenenza religiosa non deve mai trasformarsi in motivo di discriminazione, come se la fede avesse limiti e non fosse, invece, chiamata universale alla salvazione. Dove esistevano muri di separazione, Cristo li ha abbattuti (cfr. Ef 2,14). Non c’è amore di Dio senza amore al prossimo e non c’è prossimo se io non mi avvicino. Fermarsi, essere commossi, abbassarsi, piangere davanti al dolore degli altri —come ha fatto Gesù— significa entrare nel movimento dell’amore, nel quale Dio si è rivelato.
Cari amici, chi si lascia portare da questa dinamica di compassione, di misericordia, comincia a vivere in modo diverso, ad essere cittadino in modo diverso, a lavorare in modo diverso. Allora può nascere veramente la civiltà dell’amore, proposta dai miei santi predecessori Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II. Insieme a un gran numero di profeti e martiri del secolo scorso, essi compresero che agli abissi del cuore umano e agli orrori della guerra, sa rispondere solo la misericordia attraverso nuovi inizi. Ora, sulle spalle di questi giganti, siamo entrati in un millennio in cui dare forma spirituale, culturale, giuridica, politica ed economica alla civiltà dell’amore. Che l’immensità del dolore che osserviamo ci faccia accogliere la radicalità di questa chiamata.
Come il samaritano possiamo cambiare programma e direzione. Abbiamo più risorse e opportunità del samaritano per dare concretezza storica alla speranza. Egli «si avvicinò e gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino. Poi lo caricò sul suo giumento, lo portò in una locanda e si prese cura di lui» (Lc 10,34). Anche noi dobbiamo riconoscere che «la civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che affrontano la disumanizzazione» (Lett. enc. Magnifica Humanitas, 213). Di questo, amici di Lampedusa, voi siete testimoni! Qui, confrontandosi con voi, si intende meglio il nostro tempo e ciascuno può verificare la direzione della propria vita. «Certo, non tutti hanno lo stesso potere di influire sulla realtà […]. Però nessuno è esente da responsabilità. Ciascuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì —non altrove— è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza —anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna e odio—; oppure se promuovere la logica della pace —con verità, sobrietà, vicinanza e cura—» (ibíd., 212).
Per questo motivo, da questo bordo dell’Europa nel Mar Mediterraneo, si vede meglio la chiamata che il fenomeno migratorio rivolge alla società europea. Tanto per questo aspetto –quanto per quanto riguarda la transizione ecologica e la promozione della pace– l’Europa possiede un potenziale unico, che deriva dalla sua storia e dalla sua cultura e, per questo stesso motivo, una equivalente responsabilità. Per la sua posizione geografica e per la sua struttura istituzionale, l’Europa ha la capacità —in questa area— di affrontare la crisi in modo organico, inserendo i primi soccorsi in un piano strategico di lunga durata, che sia capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, allo stesso tempo, lavorare per lo sviluppo, in modo che nessuno sia obbligato a emigrare. Tutto questo preservando il rispetto della dignità di ogni persona. È un dovere delle istituzioni pubbliche, ma anche di tutta la società civile e della Chiesa.
Sorelle e fratelli, come dicevo recentemente a Tenerife, durante il viaggio apostolico in Spagna, anche a Lampedusa la cultura dell’accoglienza ha una vocazione turistica che, purtroppo, può sentirsi minacciata dalle rotte migratorie e svilupparsi nell’indifferenza o persino in contrapposizione ai suoi aspetti più drammatici. Per molti, infatti, le vacanze implicano solo distrazione, leggerezza, spensieratezza. Sembra addirittura che si debba erigere un muro invisibile tra il mare dei naufraghi e quello dei villeggianti. Abbiate l’audacia di pensare diversamente. Poco a poco, con creatività, riuscirete affinché chiunque venga a trascorrere un periodo, anche di riposo su questa isola, possa diventare più umano misurando se stesso con la carità di voi, con quello che il mare vi ha insegnato e con gli incontri che vi hanno educati. C’è vero riposo dove si ritrova il senso della vita; c’è vero benessere quando l’economia è giusta e fraterna. In questa economia, la cura del creato e l’amicizia sociale si uniscono in una sintesi che l’umanità oggi cerca.
La prima lettura ci ha ricordato che praticando l’ospitalità, «alcuni, senza saperlo, ospitarono angeli» (Eb 13,2). Siate dunque, nel piccolo, profezia di quello che possiamo raggiungere insieme su larga scala. I primi beneficiati sarete voi e le vostre famiglie, superando le divisioni e le divergenze che solo la carità può sciogliere. Che la parrocchia, in particolare, sia una comunità in cui, come nella scuola del Vangelo, si impari insieme ad accogliere, accompagnare e integrare, in uno stile di comunione.
Abbiamo qui accanto all’altare l’immagine della Vergine di Porto Salvo, patrona di Lampedusa. Forse sapete che a sant’Agostino piaceva descrivere la vita umana come navigazione per un mare in tempesta e il suo destino come un porto fermo e sicuro. Non ci lasciamo vincere dalla paura, ma consideriamo le difficoltà quotidiane come un tempo di opportunità e testimonianza. Che la vostra fede, cari amici, sia intensificata da questi anni di prova e di impegno generoso. Che questa venerata immagine vi parli di nuovo con la forza di un tempo in cui, coloro che vi hanno trasmesso la devozione, si affidavano all’intercessione della Vergine con radicale sincerità. Tutti abbiamo in Dio un porto sicuro, dal quale ogni comunità cristiana è chiamata a essere un riflesso sulla terra. E a voi, comunità di Lampedusa e Linosa, che non vi manchi mai il respiro della fede, della speranza e della carità: “O’scià!” [Saluto tipico di Lampedusa].
