“Divéntelo e credete nel Vangelo“. La seconda parte di questo invito che fa il/la celebrante ai fedeli che assistono per ricevere la cenere, il mercoledì di quel nome, sembra, a tutti gli effetti, una solenne e banale ovvietà. Lo sembra certamente, ma, forse, non lo è tanto, se ci si fissa attentamente come hanno interpretato, fin troppo spesso, molti pastori e fedeli il senso e significato di quella conversione, alla quale la Chiesa invita tante volte, facendolo in modo speciale durante il tempo della Quaresima.
Perciò, non sarebbe male se approfittassimo di questo tempo per scoprire in cosa dovrebbe consistere una simile ovvietà: “credere nel Vangelo“.
Ho la sensazione che molte volte ci si sia concentrati, o abbiamo concentrato, l’attenzione, lo scopo e lo sforzo più sui mezzi che sul fine. Intendo, dicendo questo, il senso che le note pratiche quaresimali, per esempio, sacrifici, penitenze, digiuni, privazioni, ecc., fossero focalizzate a dominare o controllare, se non reprimere, certi impulsi contrari alla morale predicata dalle pulpiti e insegnata dalla teologia del momento.
Una morale, per inciso, molto in linea con interpretazioni piuttosto rigoriste o, nel peggiore dei casi, alquanto distorte dei comandamenti della Legge di Dio, soprattutto di alcuni, e sacramenti della Chiesa, ma in scarsa o nulla sintonia con le esigenze o la condotta, per essere più precisi, che il Vangelo raccomanda e invita a mettere in pratica a chi si dice persona seguace di Gesù.
E non è che io voglia ora mettere in contraddizione i consigli evangelici con alcuni o molti precetti della Chiesa. Dio mi ne liberi! Ma è vero che, con la migliore volontà, non lo nego, si sono assolutizzate maniere di agire e comportamenti che rispondono più a certi tipi di morale, frutto di teologie vigenti in momenti concreti, che ai propri consigli che Gesù dava, nel suo tempo, a chi chiedeva di seguirlo. Va detto anche, in questo senso, che i catechismi hanno aiutato molto a prima cosa e pochissimo, o forse nulla, alla seconda. Catechismi che, a loro volta, sono stati l’unica fonte di formazione dei fedeli per molti secoli.
Quindi, se ci atteniamo alla raccomandazione liturgica “Ravvediti e credi nel Vangelo“, la Quaresima dovrebbe essere un momento propizio per approfondire la conoscenza del Vangelo come passo preliminare per poi credere in Esso. Una conoscenza focalizzata sulla volontà, per contrapposizione al intelletto. Può aiutarci a capire quest’ultimo il detto popolare: “Nessuno ama ciò che non conosce”.
Sarebbe un errore andare all’Evangelio come se questo fosse un immenso compendio di verità, invece di una sorgente inesauribile di vita. E, perciò, pensare che, conoscendo dette verità, ci rendiamo meritevoli di bontà e rettitudine morale. È ben noto che nulla di tutto ciò è così. Credere nell’Evangelio è la ragione e il fondamento di ogni persona che si consideri cristiana. Ma non credere per conoscere, bensì per amare. Perché è quest’ultimo che ci spinge ad agire o a non agire, trasformandoci in persone meritevoli del bene o del male, perché la volontà, e non l’intelletto, è dove risiede la morale umana.
Così, dunque: la conversione quaresimale non ha altro scopo se non quello di aiutare il cristiano fedele a credere nell’Evangelio come progetto di vita. Una conversione, quindi, il cui scopo finale deve essere l’etica. In ogni caso, una volta ancora, l’ascetismo (rinunce, sacrifici, privazioni) deve aiutare a questo impegno da parte del credente. Mai a una mistica disincarnata dall’ambiente in cui vive tale credente e dalle persone che lo circondano.
**Juan Zapatero Ballesteros**
Versione italiana tradotta con IA
