Fe Adulta

Nonostante piangere, puoi essere felice se non fai piangere gli altri

DOMENICA 4ª (A)

Mt 5,1-12

Dopo sessanta anni a spiegare le beatitudini, mi sono reso conto che non hanno spiegazione possibile. Non sono rivolte alla razionalità, ma all’essere, al cuore. Che audacia dire a uno che ha fame: Congratulazioni! Che fortuna hai, ringrazia Dio per quello che ti sta succedendo. Sarebbe un sarcasmo crudele e inaccettabile.

È completamente assurdo dire al povero, a chi ha fame, a chi piange, al perseguitato… resistere, perché un giorno le cose cambieranno e tu sarai come chi ora ti opprime. La formulazione arcaica impedisce di scoprire il loro significato. Vogliono dire che la vera umanità non consiste nel cercare il piacere, ma nel dispiegarla al massimo.

Riguardo alle beatitudini sono state dette le cose più disparate. Per Gandhi erano la quintessenza del vangelo. Per Nietzsche sono una maledizione poiché attentano alla dignità dell’uomo. A cosa è dovuta questa abissale differenza? Molto semplice. Uno parla dalla mistica. L’altro pretende comprenderle dalla ragione.

Matteo le colloca nel primo discorso programmatico di Gesù. Non è verosimile che Gesù abbia cominciato la sua predicazione con un discorso così solenne e radicale. Lo scenario del sermone ci indica fino a che punto le considera importanti. Il “monte” sta facendo chiara riferimento al Sinai. Gesù, un nuovo Mosè che promulga la “nuova Legge”.

Non ha importanza se Lucas proponga quattro e Matteo, nove. Basterebbe una per rompere gli schemi mentali di qualsiasi essere umano. Si tratta dell’essere umano che soffre limitazioni materiali o spirituali per capricci della natura o per causa di altro, e che a volte si manifestano con la fame e altre con le lacrime.

La stragrande maggioranza degli esegeti concorda che le prime tre di Luca, riportate anche in Matteo, sono quelle originali e si può persino affermare con certa probabilità che risalgono allo stesso Gesù. Sembra che Matteo le spiritualizzi, non solo perché dice povero di spirito, e fame e sete di giustizia, ma perché aggiunge: beati i pacifici, i puri di cuore, che ci tolgono dalla materialità.

Le beatitudini vogliono dire: è preferibile essere poveri, che essere ricchi a costo della povertà degli altri. È preferibile piangere piuttosto che far piangere un altro. È preferibile avere fame piuttosto che essere la causa della fame di altri. Beati non per essere poveri, ma per non impoverire un altro. Beati, non per essere oppressi, ma per non essere oppressori.

Se la povertà è motivo di beatitudine, perché Gesù si ostinò a liberarli dalle loro miserie. E se la povertà è una disgrazia, perché la mascheriamo da beatitudine. Lì abbiamo la contraddizione più radicale nel tentativo di spiegare razionalmente le beatitudini.

Per paradossico che possa sembrare, l’esaltazione della povertà che fa Gesù ha come obiettivo il che cessi di esserci poveri. In nessun caso può essere benedetta la povertà. Qualsiasi classe di povertà causata dall’uomo deve essere combattuta come una piaga e quella causata dai disastri naturali deve essere condivisa e, per quanto possibile, alleviata.

Le beatitudini ci dicono che un altro mondo è possibile. Non è giusto che io stia pensando di consumare di più, mentre ci sono persone che muoiono per non avere un pugno di riso da mangiare. Se non vuoi essere complice dell’ingiustizia, scegli la povertà, non mettere l’obiettivo nel consumare. Comprendi che tanto meno hai bisogno, più ricco sei.

Né il povero né il ricco possono essere considerati isolatamente. La ricchezza e la povertà sono due termini correlativi, non esisterebbe uno senza l’altro. Inoltre, la povertà è maggiore quanto maggiore è la ricchezza, e viceversa. Se la povertà scomparisse, scomparirebbe anche la ricchezza. Se fossimo tutti ugualmente poveri o ugualmente ricchi non ci sarebbe alcun problema.

 

Fray Marcos

Versione italiana tradotta con IA

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