Il 21 dicembre nel tardo pomeriggio, quarta domenica di avvento, **è deceduto il teologo tedesco Peter Hünermann all’età di 96 anni**. Era uno degli ultimi grandi teologi tedeschi segnati dal Concilio Vaticano II. Non fu un perito conciliare, poiché allora era troppo giovane, ma tutto il suo lavoro teologico è frutto della primavera risvegliata dal Concilio, a cominciare dalla sua tesi sul significato della categoria di storicità, così importante nel XIX secolo, per la teologia (“Der Durchbruch geschichtlichen Denkens im 19. Jahrhundert: Johann Gustav Droysen, Wilhelm Dilthey, Graf Paul Yorck von Wartenburg. Ihr Weg und ihre Weisung für die Theologie”, 1967).
Da allora, la sensibilità per comprendere la fede e la Chiesa all’interno dei cambiamenti della storia fu il suo cavallo di battaglia, insieme alla capacità di *parresia*, la franchezza, il coraggio di parola di fronte ai problemi scottanti del mondo e della Chiesa.
Fu uno dei primi teologi europei a percepire il nuovo clima della Teologia della Liberazione (“Gott im Aufbruch: die Provokation der lateinamerikanischen Theologie”, 1974). Sebbene fin dall’inizio abbia sottolineato che il profilo proprio del cristianesimo non gli appariva troppo chiaro in questo nuovo movimento, in seguito divenne un simpatizzante e un compagno critico, soprattutto della corrente argentina della “saggezza del popolo”, sviluppando diversi progetti di ricerca con il gesuita Juan Carlos Scannone. Insegnò teologia sistematica nelle facoltà di Münster e Tubinga.
In quest’ultimo luogo, ormai al culmine della sua influenza e risonanza, fu direttore di tesi di molti teologi che in seguito hanno ottenuto cattedre in diverse facoltà del mondo.
Osservava la Spagna con uno sguardo critico rispetto alla gerarchia e alla teologia contemporanee. Ma allo stesso tempo fu tra i pochi teologi tedeschi che comprese la luce della Scuola di Salamanca e della mistica castigliana. Ricordo che mi inviò il manoscritto di un corso su san Giovanni della Croce che aveva tenuto a Tubinga e che sfortunatamente non ha pubblicato. In esso parla, quasi con eco unamuniana, del mistico della notte oscura come rappresentante di una via alla modernità non meno importante di quella cartesiana.
Lascerà un segno per i grandi progetti che ha diretto come “spiritus rector”:
1. La nuova edizione aumentata dell’”Enchiridion” di Heinrich Denzinger. Un’edizione conosciuta da ogni studente di teologia, ma che si è fermata a metà, poiché si è limitata ad assumere i testi e ad aggiungerne alcuni del magistero del XX secolo, soprattutto del magistero del Concilio Vaticano II. Molti pensano che ciò che serve è rivedere in profondità la selezione del “Denzinger” e aggiungere altre fonti finora marginalizzate. Questa nuova revisione sarà curata dal professore di Münster Michael Seewald, la nuova stella nel firmamento teologico tedesco.
2. Il commentario ai testi conciliari in cinque volumi che apparve presso la casa editrice Herder all’inizio del secolo e che fu curato dalla nuova generazione di teologi tedeschi sotto la loro coordinazione e quella del loro collega di Tubinga Bernd Jochen Hilberath. Se si confronta questo commentario con quello apparso poco dopo il Concilio nei volumi supplementari del “Lexikon für Theologie und Kirche” a cura dei teologi protagonisti del Concilio (Karl Rahner, Joseph Ratzinger o Yves Congar tra gli altri) si nota il cammino compiuto dalla teologia negli ultimi decenni.
3. E il progetto, tuttora in corso, di un commento intercontinentale dei testi del Concilio, tenendo conto della sua ricezione nel cristianesimo globale (https://vatican2legacy.com/). Si tratta di un progetto di 16 volumi in tedesco (casa editrice Herder) e in inglese (casa editrice Peeters) con la partecipazione di 130 specialisti da tutto il mondo. Alcuni volumi sono già stati pubblicati. Ho avuto l’onore di partecipare a un volume con due testi sulla teologia e la Chiesa in Spagna e Portogallo prima e dopo il Concilio.
A parte di questo, Peter Hünermann è stato come teologo un grande “ponte” in senso genuino, qualcuno che ha gettato ponti, per esempio, tra i teologi tedeschi e latinoamericani, sostenendo i loro studi di post-laurea in Europa dal suo incarico di direttore di un’opera di scambio e di borse di studio (https://www.icala.de/español/icala/) nella tradizione del suo maestro Bernhard Welte.
Ma il suo più grande lascito come “pontefice teologico” è la fondazione nel 1989 della “Società europea di teologia cattolica” (https://www.esct.hu/), di cui è stato il primo presidente; e che ha superato le riluttanze iniziali della Congregazione per la dottrina della fede, presieduta dal cardinale Ratzinger.
Ha inoltre creato con il suo patrimonio una fondazione di sostegno economico (https://eurotheo.eu/peter-hunermann-foundation-for-the-advancement-of-catholic-theology-in-europe/) per assicurare il futuro di tale società.
La fine di tale società, per la quale, tra l’altro, i teologi spagnoli sono appena presenti (forse perché la teologia nelle facoltà ecclesiastiche e nei seminari si trova troppo sotto la tutela vescovile e non ha risonanza nelle università pubbliche), non è solo promuovere lo scambio internazionale e interculturale in Europa, ma anche coltivare la *parresia*, la parola libera e profetica dei teologi, frutto del loro proprio *magisterio*.
Tomás de Aquino parlava di un doppio magistero nella Chiesa, quello dei pastori o vescovi e quello dei “magistri” o professori. Entrambi devono collaborare e influenzarsi reciprocamente, come due vasi comunicanti. Durante gli ultimi due secoli, nella Chiesa cattolica in generale e in Spagna e America Latina in particolare si è perso l’equilibrio tra entrambi i magisteri e si è sviluppato eccessivamente il magistero episcopale o papale che per molti cattolici è diventato l’unico magistero, poiché sono stati educati in un certo “papanatismo” ecclesiale.
Dai teologi ci si aspettava di obbedire e diventare un’eco di tale magistero, cosa che il giovane Joseph Ratzinger, prima del Concilio, criticava come la “Enzyklikentheologie” di coloro che si limitavano a commentare in modo affermativo le encicliche papali, senza fare uso della loro capacità creativa per ascoltare il popolo di Dio o interpretare i segni dei tempi.
In principio, il Concilio, nel quale i teologi del cambiamento ebbero un ruolo fondamentale, aprì la porta a un nuovo rapporto tra i due magisteri. Ma i conflitti post-conciliari (il caso “Hans Küng”, ad esempio o la dichiarazione di Colonia di molti teologi tedeschi nel 1989) crearono una tensione che il magistero pastorale dei vescovi ha cercato di risolvere come sempre fa: chiamando i teologi all’ordine e ricordando in alcune istruzioni la vocazione “ecclesiale” della teologia.
Solo nel preambolo della Costituzione apostolica “Veritatis gaudium” del Papa Francesco sulle università e facoltà ecclesiastiche si percepisce un nuovo tono nel parlare di tali centri come un “laboratorio (inter)culturale” e invitare i teologi a un “pensiero aperto, incompleto… sempre in sviluppo”.
Peter Hünermann è uno di coloro che più e meglio ha difeso il diritto e il dovere dei teologi di far sentire la propria voce con parresia, per il bene della stessa Chiesa. Lo ha fatto soprattutto nel suo articolo “Verbindlichkeit kirchlicher Lehre und Freiheit der Theologie” (Carattere vincolante della dottrina ecclesiastica e la libertà della teologia), pubblicato per la prima volta nel 2007 nella “Theologische Quartalschrift” (pp. 21-36) di Tubinga e riapparso lo scorso anno in un libro sotto la mia direzione e quella del collega Klaus Vellguth (“Freiheit”, 2024, pp. 117-137). Quel testo, in cui Peter Hünermann tratta il tema in modo storico per inquadrare meglio la nuova situazione attuale, è qualcosa come il suo “testamento” teologico.
È opportuno leggerlo e rileggerlo, soprattutto in un paese come la Spagna dove il magistero pastorale dei vescovi rimane praticamente l’unico esistente per mancanza di “parresía” tra i teologi (ci sono eccezioni, naturalmente, soprattutto tra coloro che hanno dovuto abbandonare le facoltà di teologia), a volte ancorati al modo di pensare della “Enzyklikentheologie”. Quanto sono lontani quei tempi gloriosi, in cui un Francisco de Vitoria o i suoi colleghi si esprimevano così: “Tommaso d’Aquino (o Innocenzo IV) dice…, ma IO dico”…, pensando con la propria testa sui problemi del loro tempo con il rispetto e la lealtà critica dovuti al magistero dei pastori.
Mariano Delgado*
Religión Digital
*Mariano Delgado è professore emerito di Storia della Chiesa presso la Facoltà di Teologia di Friburgo (Svizzera), dove è stato Decano due volte. Tra il 2021-2025 è stato Decano della Classe VII (Religioni) presso l’Accademia Europea delle Scienze e delle Arti (Salisburgo).
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