Domenica 29 del Tempo Ordinario
ESODO 17, 8-13
In quei giorni, Amalec venne e attaccò gli Israeliti a Raffidim. Mosè disse a Giosuè:
– Scegli alcuni uomini, fai una sortita e attacca Amalec. Domani io starò in piedi sulla cima del monte con il bastone meraviglioso in mano.
Giosuè fece come gli diceva Mosè e attaccò Amalec. Mosè, Aronne e Cur salirono sulla cima del monte. Finché Mosè teneva alzata la mano, Israele vinceva; quando la abbassava, vinceva Amalec.
E, poiché le mani gli pesavano, i suoi compagni presero una pietra e gliela misero sotto perché si sedesse; Aronne e Cur gli sostenevano le mani, uno da una parte e uno dall’altra.
Così tennero alzate le mani fino al tramonto del sole. Giosuè sconfisse Amalec e la sua truppa, a fil di spada.
Il popolo di Israele è nel deserto del Sinai, in cammino verso il Monte Oreb, circa un mese dopo l’uscita dall’Egitto e il passaggio del Mar Rosso. Attraversano un territorio controllato dai nomadi del deserto, gli amaleciti, e questi, naturalmente, li attaccano. Storicamente si tratta di una delle tante peripezie guerresche narrate nel libro dell’Esodo.
È un testo antico. Appartiene alla tradizione “Elohista”, cioè fu composto intorno al 650 a.C. (riprendendo tradizioni precedenti, molto antiche) e utilizzato in seguito dagli autori che diedero la forma definitiva al Pentateuco. Forse in origine faceva parte di una cronaca di guerra, probabilmente conservata dalla tribù di Efraim (la protagonista principale dell’Esodo e il nucleo fondamentale del Regno del Nord).
Ma i compilatori si sono preoccupati di dargli un senso: tutta l’epopea dell’Esodo ha lo stesso significato: se Israele è fedele a Dio, non ha di che preoccuparsi: il Signore vincerà tutti i nemici.
Questo fu il tema fondamentale del famoso passaggio del Mar Rosso: nella tradizione Yahvista-Elohista (già fuse nel nostro testo), il popolo non si muove, il Signore fa tutto. Lo stesso messaggio si riceve nell’Acqua della Roccia, le quaglie, la manna: Voi siate fedeli a Dio, e lui si occuperà di tutto.
La vittoria su Amalec si legge, quindi, dalla fede: finché Mosè non si stanca di pregare, il Signore combatte per Israele. Se Israele si affida alle sue sole forze, i suoi nemici vincono.
Questa lezione sarà il nucleo della fede del Circolo Deuteronomista, e quella che ispirerà sia il Deuteronomio che i libri che chiamiamo “storici”, come abbiamo visto domenica scorsa a proposito del Secondo Libro dei Re.
Non possiamo fare a meno di riflettere sul pericoloso primitivismo di questo testo (parallelo a molti altri dell’AT). Israele (Mosè) chiede la vittoria sui suoi nemici: che Dio lo aiuti a uccidere, che Dio annienti i suoi nemici. E Dio glielo concede. Dio uccide gli amaleciti.
Tutto l’AT è pieno di queste interpretazioni di Israele, simili a quelle che fanno tutti i popoli antichi del mondo quando sono in guerra con i loro nemici, perché tutti capiscono che per questo c’è IL LORO DIO, per proteggerli dai loro nemici e persino per annientarli. E in questo si mostra che IL LORO DIO è più forte degli dei degli altri.
Quando questo non funzionò storicamente, quando Israele fu devastato e il Tempio distrutto, si comprese come punizione per l’infedeltà. Il che ci porta a pensare che se Israele fosse stato fedele, ora tutti saremmo soggetti a loro, e adoreremmo Dio nel Tempio di Gerusalemme, secondo la Promessa (o saremmo morti, per il potere di Yahvé).
E niente di tutto questo è vero.
Tutta quella fede di Israele, l’essenza del Deuteronomista, è falsa. Dio non è per far trionfare un popolo, non c’è nessun popolo eletto su (né contro) gli altri, Dio non è proprietà di nessuno, Dio non aiuta a uccidere nessuno, siamo noi che uccidiamo contro la Sua Volontà…
Quella “fede” di Israele non è Parola di Dio né dovrebbe apparire nella nostra Eucaristia, perché il messaggio di Gesù è esattamente l’opposto.
Al termine della prima lettura si proclamerà “Parola di Dio”, e la gente dirà di sì… Ebbene no. È ora di demitizzare l’espressione “Parola di Dio” e leggere l’AT come una preistoria di Gesù, spesso molto lontana e molto contaminata da credenze che non sono affatto Parola di Dio.
2 TIMOTEO 3, 14 – 4, 2
Rimani in ciò che hai imparato e ti è stato affidato, sapendo da chi l’hai appreso e che, fin da bambino, conosci le Sacre Scritture. Esse possono darti la saggezza che per la fede in Cristo Gesù conduce alla salvezza.
Ogni Scrittura ispirata da Dio è anche utile per insegnare, per riprendere, per correggere, per educare alla virtù. Così, l’uomo di Dio sarà perfettamente equipaggiato per ogni opera buona.
Davanti a Dio e davanti a Cristo Gesù, che deve giudicare i vivi e i morti, ti scongiuro per la sua venuta in maestà: proclama la Parola, insisti a tempo e fuori tempo, riprendi, rimprovera, esorta, con tutta comprensione e pedagogia.
Continuiamo con la “lettura continua” di questa lettera. Non troviamo in questo testo nessuna idea che non abbiamo già trattato nelle domeniche precedenti.
Giuseppe Enrico Galarreta, S.J.
