Domenica 23 del Tempo Ordinario
SAPIENZA 9, 13-19
Quale uomo conosce i disegni di Dio,
chi comprende ciò che Dio vuole?
I pensieri dei mortali sono meschini
e i nostri ragionamenti sono fallibili;
perché il corpo mortale è un peso per l’anima
e la tenda terrena opprime la mente che medita.
Appena conosciamo le cose terrene
e con fatica troviamo ciò che è a portata di mano:
Infatti, chi potrà indagare le cose del cielo,
chi conoscerà i tuoi disegni, se tu non gli dai la Sapienza
inviando il tuo Santo Spirito dal cielo?
Soltanto così saranno retti i cammini dei terrestri,
gli uomini impareranno ciò che ti piace;
e si salveranno con la sapienza
coloro che ti sono graditi, Signore, fin dall’inizio.
Conosciamo molto bene questo bellissimo libro, chiamato “Libro della Sapienza di Salomone”, e che fu scritto in greco probabilmente ad Alessandria alla fine del I secolo a.C. o all’inizio del I secolo d.C. La sua “Sapienza”, come tutta la Sapienza di Israele, consiste nell’interpretare e applicare le Scritture alla vita quotidiana.
Il brano che leggiamo oggi è straordinario, senza dubbio, come riflessione sulla limitazione della sapienza umana rispetto alla conoscenza di Dio. Esiste in esso una concezione dell’umano come qualcosa di spirituale intrappolato dalla sua condizione materiale, che si intende come peso, come tenda pesante che opprime la nostra mente. È lo Spirito che rende l’essere umano capace di elevarsi al di sopra della sua forza di gravità terrena.
Nella nostra cultura, queste concezioni non sono di moda. Ci sentiamo radicalmente materiali, ci identifichiamo con “il nostro corpo”, a malapena ci dice qualcosa un senso trascendente o escatologico, né la parola “spirituale” si libera a volte da connotazioni peggiorative.
Eppure, è essenziale che, superando qualsiasi dualismo, liberando queste immagini da ogni pretesa metafisica, interpretiamo l’essere umano come “argilla con spirito di Dio” (Genesi 2,7), sottoposto a schiavitù, una schiavitù che lo attira e gli impedisce di camminare, di essere se stesso, (Esodo 16:2,3), “bisognoso di liberazione”.
La Sapienza, presente davanti a Dio dall’eternità, riversata sui “terrestri” perché sappiano vivere, potrebbe essere molto bene il punto di partenza di una cristologia “discendente”. Personalmente, mi piace molto di più del “Logos”, che non ha tradizione biblica ed è una parola molto più statica, con più pericoli metafisici. Gesù è, per noi, la Sapienza di Dio. (1 Corinzi: 22-25).
FILEMONE 1, 9b-10 e 12-17
Carissimo fratello:
Io, Paolo, anziano e prigioniero per Cristo Gesù, ti raccomando Onesimo, mio figlio, che ho generato in prigione. Te lo mando come parte delle mie viscere. Avrei voluto tenerlo con me, per farmi servire al tuo posto in questa prigione che soffro per il Vangelo; ma non ho voluto trattenerlo senza il tuo consenso; così mi farai questo favore non per forza ma con tutta libertà.
Forse si è allontanato da te perché tu lo riavrai per sempre; e non come schiavo, ma molto meglio: come fratello carissimo. Se io gli voglio tanto bene, quanto più dovrai volergliene tu, sia come uomo che come cristiano. Se mi consideri tuo compagno, accoglilo come accoglieresti me.
Questa è l’unica occasione, nei tre cicli delle letture domenicali, in cui si utilizza questa lettera di Paolo. Nessuno ne discute l’autenticità. Scritta probabilmente nel 61 o 62, dalla prigione, a Roma.
Onesimo, schiavo fuggitivo, conosce a Roma Paolo, che lo converte a Gesù. Paolo lo restituisce al suo legittimo padrone, Filemone, che è suo amico e anche cristiano. Ma glielo restituisce come fratello, fratellato dalla stessa fede in Gesù.
È molto interessante – e per noi molto sorprendente e istruttivo – constatare che Paolo non distrugge l’istituzione schiavistica per via legale, ma per via reale, modificando la relazione reale che da ora in poi si avrà tra le due persone. Quale relazione padrone/schiavo si avrà in futuro, quando i due si saranno seduti alla stessa tavola, fianco a fianco, celebrando la Cena del Signore?
Del resto, il testo non ha alcuna relazione con gli altri due. Stiamo leggendo una serie di testi di Paolo, piuttosto a caso, per completare la fine del ciclo liturgico.
Giuseppe Enrico Galarreta, S.J.
