Fe Adulta

Isaia 66, 18-21 / Ebrei 12, 5-7 e 11-13

Domenica 21 del Tempo Ordinario


ISAIA 66, 18-21

Così dice il Signore:

Io verrò per radunare

le nazioni di ogni lingua;

verranno per vedere la mia gloria,

darò loro un segno, e tra loro

invierò superstiti alle nazioni:

a Tarsis, Etiopia, Libia, Masac, Tubal e Grecia:

alle coste lontane che non hanno mai udito la mia fama

né visto la mia gloria;

e annunceranno la mia gloria alle nazioni.

E da tutti i paesi, come offerta al Signore,

condurranno tutti i vostri fratelli

a cavallo, su carri e lettighe,

su muli e dromedari,

fino al mio Monte Santo, Gerusalemme – dice il Signore –

come gli israeliti, in vasi puri,

portano offerte al tempio del Signore.

Tra loro sceglierò sacerdoti e leviti

– dice il Signore -.

 

Si tratta della conclusione del libro (il “terzo Isaia” che già conosciamo). La predicazione del Profeta si chiude con una scena apoteosica: la conoscenza di Dio da parte di tutte le nazioni, con un messaggio multiplo, ricco di sfumature: da un lato, la consueta scenografia della concentrazione di tutte le nazioni, l’ostentazione del potere definitivo di Dio che nel testo liturgico si mostra nell’enumerazione delle moltitudini delle nazioni più sconosciute riunite sul Monte Santo: e, soprattutto, la promessa del grande trionfo del Signore nei suoi eletti, che non sono il popolo di Israele ma tutti i popoli.

Il testo è particolarmente universalista. Certo, è il Monte di Sion il luogo del trionfo del Signore, e Israele mantiene il suo ruolo di protagonista, ma si insiste molto particolarmente sulle nazioni che non hanno mai conosciuto il Signore, e tra di esse vengono scelti i sacerdoti.

Da tutto ciò concludiamo come la fede di Israele si stia aprendo a una universalità sempre maggiore, senza rinunciare per questo al protagonismo del “Popolo eletto”, pericoloso e nazionalista come sempre.

Nonostante tutto, quanto suona male la gloria di Dio come quella di un signore famoso, il tempio come vetta…! Quanto è lontano il regno, quanto è lontano Abbà, quanto è diverso Gesù!

 

EBREI 12, 5-7 e 11-13

Avete dimenticato l’esortazione paterna che vi è stata data: “Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore, non ti adirare per il suo rimprovero; perché il Signore corregge chi ama e punisce chi accoglie come figlio”. Accettate la correzione, perché Dio vi tratta come figli; infatti, quale padre non corregge i suoi figli?

Nessuna punizione ci piace quando la riceviamo, ma ci addolora; però, dopo averla subita, ci dà come frutto una vita onorata e pacifica. Perciò, rafforzate le mani deboli, irrobustite le ginocchia vacillanti, e camminate su una strada piana: così, il piede zoppo, invece di storcersi, guarirà.

Ci troviamo nell’ultimo capitolo (il 13° è un’esortazione di commiato), che contiene vari consigli, nel tipico tono dei Libri Sapienziali. Infatti, in questo testo si allude senza citarle a Proverbi (3, 6 e 13), e all’Ecclesiastico (30). Le ultime righe sono una citazione letterale di Isaia 35,3, che si riferiscono ai deportati di Babilonia.

Si tratta di un’interpretazione pia delle difficoltà della vita intese come “castighi paterni” per correggerci, come i padri fanno con i loro figli.

Questa interpretazione ha due aspetti. Da un lato, intendere le difficoltà della vita come qualcosa da cui trarre profitto, che ci aiutano a stare svegli e a percorrere meglio il nostro cammino senza lasciarci ingannare dalle seduzioni del mondo. Dall’altro, un’interpretazione del male come correzione necessaria che Dio ci infligge. La prima può essere utile; la seconda rientra tra le tante ingenuità che sono state scritte per affrontare il problema del male. E mi sembra che le terribili tragedie che innumerevoli persone patiscono necessitano di una spiegazione meno semplice e devota di quella offerta da questo testo.

 

Giuseppe Enrico Galarreta

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