Gv 6, 51-58
“Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno, e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.”
Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?” Gesú disse: “In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, cosí anche colui che mangia di me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno.”
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A questo punto del discorso che l’autore del quarto vangelo mette in bocca a Gesú, il “pane” cede il posto alla “carne”: il lettore si rende conto che, da adesso, il tema centrale sarà propriamente l’eucaristia.
Per secoli, e come conseguenza dell’interpretazione della morte di Gesú in chiave di espiazione, l’eucaristia è stata intesa come il “santo sacrificio della Messa”, in cui, di forma incruenta, si attualizzava realmente il sacrificio della croce.
Come qualsiasi altra, anche questa interpretazione derivava da schemi precedenti. Schemi che però non sembrano risalire al maestro di Nazaret, bensí alla cultura ellenistica in cui si forgiò la prima teologia cristiana. Lo sviluppo teologico posteriore non avrebbe fatto che intensificarla, fino ad assolutizzare i concetti che tentarono di “imprigionare” l’intuizione originaria in dogmi definitivi.
Fin dove possiamo conoscere, persino anche intuire, l’origine dell’eucaristia -nel contesto della Pasqua giudea- fu una cena nella quale Gesú condivise con i suoi seguaci piú vicini il senso che dava alla sua vita e alla sua morte. In questo quadro, non specificamente “religioso”, il posto centrale è occupato dal pasto stesso e dalle parole di Gesú sul pane: “Questo sono io”.
Vista cosí, l’eucaristia non è tanto un atto “religioso” -ancor meno il “sacrificio incruento della croce”-, quanto la celebrazione spirituale dell’Unità che siamo.
Il pane era il nutrimento base nelle società del Mediterraneo nel secolo I. Rappresentava quindi la propria sussistenza e, in definitiva, tutta la realtà.
Quando Gesú dice, sul pane, “questo sono io”, sta esprimendo la sua non-separazione da tutto ciò che è reale. Se il pane rappresenta la realtà intera -la nostra vita, l’umanità, il cosmo…-, le parole di Gesú raggiungono tutto ciò che è reale. Tutto “sono io”.
Probabilmente non esiste un altro modo di esprimere meglio la coscienza della non-dualità: oltre le separazioni solo apparenti, perfino oltre le differenze superficiali, tutto è Uno.
D’altra parte, tale affermazione risulta ammirabilmente coerente con quell’altra: “Io e il Padre siamo una cosa sola”. Chi si sa Uno con la Fonte o il Fondo del reale, si sperimenta Uno anche con tutte le forme in cui il reale si manifesta.
Non si tratta, dunque, di parole magiche che producano come risultato ciò che poi si sarebbe denominato “transustanziazione”, ma dell’espressione della verità piú sublime in cui riconoscerci. Gesú esprime ciò che siamo tutti, anche se non l’abbiamo ancora visto.
“Tutto sono io” -una variante linguistica di “Io Sono”- ci rimanda nientemeno che alla nostra Identità ultima, che condividiamo con Gesú e con tutti gli esseri, nello stesso e unico Fondo.
L’Eucaristia, pertanto, non è un rito “religioso”, né separato, ma il ricordo e la celebrazione di ciò che siamo. Eucaristia è quindi tutta la vita…, purché la viviamo in quella connessione profonda con chi siamo. Mangiare, parlare, lavorare, riposare, giocare… tutto è eucaristia, poiché tutto è espressione dell’Unità che si dispiega.
L’autore del quarto vangelo insiste reiteratamente sul fatto del mangiare la carne, come fonte di vita: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, cosí anche colui che mangia di me vivrà per me.”
Una tale insistenza non va letta, ovviamente, di un modo letterale (come proposta di una sorta di “cannibalismo sacro”), ma come l’invito a riconoscerci non-separati da Gesú. Cosciente di vivere per (dal) Padre -dalla Fonte ultima del Reale-, Gesú vuole farci vedere che siamo tutti a condividere questa stessa realtà.
È quello che vuole esprimere questa perla del sufismo:
“Bussai alla porta.
E mi domandarono: chi è?
Risposi: sono io.
La porta non si aprí.
Bussai ancora alla porta.
Di nuovo la stessa domanda: chi è?
Risposi: sono io.
E la porta non si aprí.
Ancora una volta bussai.
E nuovamente mi domandarono: chi è?
Risposi: sono te.
E la porta si aprí.”
(Tratto da Joan GARRIGA BACARDÍ, Vivir en el alma. Amar lo que es, amar lo que somos y amar a los que son, Rigden Institut Gestalt, Barcelona 2011, p.55).
Enrique Martínez Lozano
Traducción de Teresa Albasini
