Domenica 34 del Tempo Ordinario
2 SAMUELE 5, 1-3
Tutte le tribù di Israele andarono a Ebron da Davide e gli dissero:
– Osso e carne tua siamo; già da tempo, quando ancora Saul era il nostro re, eri tu a guidare le entrate e le uscite di Israele. Inoltre, il Signore ti ha promesso: “Tu sarai il pastore del mio popolo Israele, tu sarai il capo di Israele”.
Tutti gli anziani di Israele andarono a Ebron dal re, e il re Davide fece con loro un patto a Ebron, alla presenza del Signore, e loro unsero Davide come re di Israele.
I due libri di Samuele si chiamano così non perché Samuele ne sia l’autore, ma perché ne è il protagonista. Sono opera della Scuola Deuteronomista, e furono scritti durante il regno del re Giosia, intorno al 620 a.C.
In questi libri si narra la nascita della monarchia di Israele. I fatti narrati dovrebbero essere avvenuti intorno all’anno 1010 a.C. Israele era stato un conglomerato di tribù guidate sporadicamente da capi carismatici e occasionali, i “giudici”. Ma le circostanze politiche portarono alla necessità di un potere centrale più forte, un re.
Di fronte a questa situazione, il popolo è diviso: alcuni pensano che la fedeltà al Signore esiga di non fidarsi di questi criteri umani e di continuare come sono. Altri sostengono che la monarchia possa anche essere voluta dal Signore e non significhi alcuna infedeltà. L’arbitro della situazione sarà il profeta Samuele. Egli unge il primo re, Saul, che fallisce. Dopo di ciò, Samuele unge il secondo re, Davide, che riuscirà a unire tutte le tribù e ad ingrandire definitivamente il regno. Il testo di oggi presenta il momento in cui le tribù di Israele, rappresentate dai loro anziani, accettano Davide come re di tutto Israele.
Questi libri sono “storici”, ma con la peculiare maniera di intendere la storicità della scuola deuteronomista. Si utilizzano materiali propriamente storici, antiche cronache, annali e tradizioni, per scrivere la “storia sacra”, la storia della fedeltà e infedeltà di Israele, in modo che preoccupa loro, più che la fedeltà storica esatta, il senso della storia vista dalla fede, dall’ottica dell’”Alleanza”.
La regalità diventerà gradualmente un’istituzione “sacra” in Israele, e si vedrà nel re poco meno che la presenza del Signore alla guida del suo popolo. La fedeltà di Israele dipenderà dalla fedeltà del Re, e dalla condotta del Re dipenderanno le benedizioni o i castighi di Dio.
In realtà, la monarchia sarà un disastro, in Giuda e ancor più in Israele, il regno del nord. Appena quattro re (Davide, Giosafat, Ezechia e Giosia) saranno pii e osservanti della Legge. Questa sarà una delle ragioni per cui il Signore cesserà di sostenere il suo popolo, permetterà che Gerusalemme e il Tempio siano conquistati e distrutti e lo manderà in esilio.
Del ricordo, mitizzato, del Re Davide nasce nel popolo un’idea di Messianismo, perfettamente viva ai tempi di Gesù: tornerà un nuovo Davide, salvatore del popolo. Questo Messia Davídico, di connotazioni chiaramente politiche, di trionfo del popolo sui suoi nemici, sarà espressamente rifiutato da Gesù.
COLOSSESI 1, 12-20
Rendiamo grazie a Dio Padre, che ci ha resi capaci di partecipare all’eredità del popolo santo nella luce. Egli ci ha liberati dal dominio delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, per il cui sangue abbiamo ricevuto la redenzione e il perdono dei peccati.
Egli è immagine di Dio invisibile, primogenito di ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, celesti e terrestri, visibili e invisibili; Troni, Dominazioni, Principati e Potestà, tutto è stato creato per mezzo di lui e per lui. Egli è prima di tutto e tutto sussiste in lui.
Egli è anche la testa del corpo: della Chiesa. Egli è il principio, il primogenito dai morti, e così è il primo in tutto.
Poiché in lui Dio ha voluto che risiedesse tutta la pienezza. E per mezzo di lui ha voluto riconciliare con sé tutte le cose: quelle del cielo e quelle della terra, facendo la pace mediante il sangue della sua croce.
Tradizionalmente si pensa che questa lettera sia stata scritta da Paolo dalla sua prigione a Roma, intorno al 63, anche se la ricerca attuale dubita che la lettera sia realmente di Paolo, e alcuni credono che sia di un discepolo che imita abilmente il suo stile. È indirizzata ai cristiani di Colossi, città dell’Asia Minore.
Lo scopo fondamentale della lettera è quello di affrontare alcune erronee dottrine, molto probabilmente di origine gnostica, che iniziavano a circolare tra quelle comunità.
Dopo i saluti abituali, la lettera inizia con un Inno a Cristo, che è ciò che leggiamo oggi, uno dei passaggi più complessi e profondi della cristologia di Paolo. Si pensa che questo possa essere un inno liturgico, che Paolo utilizza qui per esporre la dottrina di base su Cristo.
Vengono utilizzate potenti immagini tratte dalla Scrittura:
• Come introduzione, l’opposizione LUCE — TENEBRE, l’azione di Dio come liberatore che trae dalle tenebre alla luce e conduce al regno. È come un riassunto di tutto il messaggio del libro dell’Esodo. Cristo è colui che ci trae dal peccato e ci conduce alla Vita.
Segue poi una serie di “attributi cosmici” di Cristo come incarnazione della Sapienza di Dio, che si collegano direttamente al modo di concepire Dio dei Libri della Sapienza di Israele.
• Cristo è IMMAGINE di Dio invisibile. Ricordiamo che così è l’essere umano nel primo racconto della creazione, in Genesi 1.
• Primogenito: fratello di sangue, ma il primo, l’erede della Promessa.
• Cristo è l’incarnazione della Sapienza di Dio, anteriore a tutto, forza creatrice, senso di tutto.
E si conclude con un’interpretazione ecclesiale di Cristo:
• Egli è il capo di questo corpo che è la Chiesa.
• Il Primo a risorgere dai morti.
• Il punto di riconciliazione, l’incontro definitivo dell’umanità e della creazione con Dio.
Ci troviamo di fronte a una cristologia un po’ sconcertante. Tutto ciò che viene detto è prezioso, ma mi sorgono due domande: la prima, si riferisce a Gesù di Nazareth? In tal caso sembra un po’ eccessivo, si dà priorità alla sua natura divina, con affermazioni applicabili solo al Verbo di Dio: la seconda, da dove proviene tutta questa teologia? Non sembra che tutto questo possa derivare dai racconti evangelici, ma è piuttosto un esempio della caratteristica evoluzione della teologia a partire dalla fine del I secolo, che si basa più sulla speculazione razionale che sulla Parola del Vangelo.
Giuseppe Enrico Galarreta, S.J.
