Ti credevo un dio qualunque
di quelli che escono sul mercato,
creano impatto,
conquistano la gente
e, in poco tempo, vengono dimenticati.
Ti credevo un pagliaccio stanco
che si accontenta di rallegrare
bambini e semplici,
e che offre oasi di festa
perché la vita di ogni giorno
continua ad essere triste e ingiusta.
Ti credevo antico e bonario,
signore di muri e di quadri
che guarda ma non parla;
pastore che continua a maneggiare la balestra
nei tempi delle armi atomiche..
Ti credevo poca cosa…
Non davo importanza alla tua parola
né alla tua compagnia.
Eri la visita di cortesia
dopo l’impegno.
Eri il dolce dopo un buon pasto,
il complemento sentimentale
della ragione e della scienza…
Ti credevo un capriccio in più!
Ma sei un Dio di vita e illusioni.
Non è innocuo avvicinarsi a te.
Non è una cortesia ingenua lasciarti entrare,
aprirti la porta,
mostrarti casa
e darti posto in salotto.
Ospite inquieto e pericoloso,
tenero e burlone,
intelligente ed efficace!
Zaccheo firmò un assegno in bianco.
Io ti credo, Dio.
Ti credo capace di cambiare la testa,
il cuore e la vita,
tutte le vite di tutte le persone.
Capace di riformare tutti i piani
e deviare tutte le rotte;
di aprire nuovi cammini;
di offrire orizzonti inediti.
Io ti credo capace
di fissarti su chi è nel fico;
di invitarti a mangiare a sorpresa;
di ospitarti in casa di un peccatore;
di ripetere, oggi, la storia.
Non farti supplicare.
Guardami come sai,
e invitati a mangiare nella mia casa.
Florentino Ulibarri
