“Cristo, grazie al suo sangue che versò, abbiamo la liberazione e il perdono dei peccati” (Ef 1, 7); “Dio ha fatto sì che Cristo, versando il suo sangue, fosse strumento del perdono” (Rom 3, 25). Quanto illogico dire che Gesù morì per i nostri peccati, come ha narrato Paolo di Tarso, e ancor più se diciamo che Gesù, essendo Dio, ha saldato un debito che nessun essere umano poteva pagare; pertanto, spetta a Dio auto-pagarsi questo debito e la moneta di esso fu il suo sangue, la sua vita, il suo morire per questo debito. Dire questo è affermare che Gesù si è suicidato [se si vuole frequentare il passo: “non mi tolgono la vita, ma io la do” (Gv 10, 18)]. La Chiesa ha determinato negli studi della morale che il suicidio è peccato… A meno che in Gesù non vi siano eccezioni.
Il cristianesimo è la religione che glorifica un’esecuzione storica e concreta: l’esecuzione di Gesù; perché la Chiesa vede la redenzione mediante il sangue e solo il sangue di Gesù, non vale più il sangue di un animale come valeva per i Giudei, che disponevano dell’animale senza difetto per offrire in sacrificio a Dio, per mezzo dell’olocausto. La pena di morte è per i cristiani il requisito per la loro redenzione, cioè, la pena di morte di Gesù libera, perdona e santifica. L’uomo è stato a favore della morte e del sangue sempre che gli convenne, tanto è vero che, per la Chiesa, il sangue ha un effetto redentore non solo al dettaglio, ma anche all’ingrosso: secondo la concezione cristiana, l’intera umanità è redenta mediante il sangue, poiché anche Dio è sostenitore del sangue; è suo Figlio che deve morire versando sangue.
Gesù di Nazaret fu vittima sanguinosa di Dio e dovette morire crocifisso nonostante che Lui sognasse di poter continuare a vivere; parrebbe che Dio si sia mantenuto insensibile e inflessibile con suo Figlio, Gesù. Con la sua morte possiamo respirare; cercando di chiarire questo panorama, è lecito continuare ad affermare che l’accusa della vittima abbandonata da un Dio inumano e da quegli uomini che senza dubbio furono fatti a sua immagine e somiglianza, ugualmente, uomini disumani. Associamo sacrifici con redenzione.
Se i sacrifici sono per la salvezza, allora Adolf Hitler è seduto e non precisamente alla destra, ma sopra le gambe dello stesso Dio, perché sacrificò male contati sei milioni di persone per purificare la razza. Tanto è così che Giovanni Paolo II, che fu Papa della Chiesa per 27 anni, scrive nell’enciclica Salvifici doloris, invitando gli ammalati a “unire le sofferenze alla sofferenza di Cristo”; questa frase è stata ispirata da Paolo di Tarso quando dice “nella mia carne completo quello che manca alle sofferenze di Cristo” (Col 1,24); questa frase l’hanno usata come antidoto poetico. Questa affermazione dà per inteso che la passione di Gesù, la sua morte crudele, non bastò per la redenzione; al parecer Dio voleva più dolore e molto più sangue.
Il cristiano che vuole essere esemplare dovrà sempre negoziare compromessi con la sofferenza; la dottrina e l’ascesi cristiane chiedono così ai fedeli di soffrire per condividere e unirsi alle sofferenze di Cristo. Soffrire per contribuire alla redenzione e alla salvazione del mondo. Soffrire per essere perdonato. Soffrire per espiare i peccati. Soffrire per piacere a Dio. Soffrire per santificarsi. Soffrire sulla terra per essere felice in cielo. Soffrire per guadagnare il paradiso. Perché la sofferenza dell’essere umano è il piacere di Dio, mentre il piacere dell’essere umano è la sofferenza di Dio.
Resta coperto e incardinato nella dottrina che, senza croce, non c’è redenzione; senza sangue, non c’è salvazione del genere umano, come direbbe il cardinale Joseph Höffner: “La santità dell’ordine divino si dimostra come potente anche in questo eone mediante la pena di morte”. Continuo con l’insipidezza e la scontentezza che mi portano a chiedermi: Forse per il solo fatto che Gesù, il Figlio di Dio, si incarni non si dà la salvazione? Non valsero nulla le sue parabole e insegnamenti, la sua Vita nella vita degli altri? Perché, se così fosse, allora, a che serve parlare di incarnazione, a che serve parlare della sua vita pubblica (che si riassume in parabole e miracoli)? Basterebbe solo parlare della sua morte in croce, e forse per avere peso della sua divinità, dovremmo anche parlare della risurrezione. Mi chiedo e metto in questione:
Se Gesù fosse morto a causa degli acciacchi della vecchiaia, o a causa dell’ingestione di pesce decomposto, in cattivo stato, o di una spina che l’ha soffocato […] Avrebbe fallito allora nel progetto di redenzione per l’umanità? O si sarebbe conseguita solo a metà la redenzione se i Romani, nei loro metodi di esecuzione, avessero già avuto il livello tecnico che si può utilizzare oggi, per esempio, la sedia elettrica, l’eutanasia o una delle tante iniezioni letali, o come fu il caso ad Auschwitz la camera a gas, o se avesse sofferto un’epidemia o pandemia che avrebbe portato via la sua vita, in questi metodi non avrebbe avuto luogo lo spargimento di sangue, per dirla in qualche modo ci mancherebbe un elemento indispensabile per celebrare l’eucaristia, il vino che si trasforma in sangue, questo porterebbe i sacerdoti e altri ministri a pronunciare solo la consacrazione dell’ostia – pane che si trasforma in corpo; in ciò che si riconosce che l’eucaristia avrebbe avuto a che fare solo con la morte di Gesù.
Se l’eucaristia è, più rigorosamente, sacrificio, perché si deve mangiare? Il popolo ebraico realizza le pratiche sacrificali con diversi fini; uno di essi è introdotto da qualcuno che presenta un’offerta al Signore, sacrificio di profumo che serve per placare – calmare l’ira di un Dio irascibile; per questo l’offerta deve essere gradita o profumo piacevole. C’è un’altra serie di sacrifici che sono di assoluzione, per rimediare un atto commesso contro la legge data dal Signore. Roger Lenaers intuisce nella sua opera che, sebbene non vi sia un Dio lassù, facendo un invito al focus dei fedeli a congedarsi dalla figura premoderna di Dio, il ‘dio delle altezze’ ripercuote con questo un cambiamento importante della rappresentazione e significazione dell’eucaristia. Sostiene Lenaers che “allontanarsi dal theos significa anche allontanarsi dal culto inteso come sacrificio e dalla preghiera di petizione”.
Il sacrificio contiene il peccato del popolo, per questo bisogna finire con esso, cioè, uccidendolo o lasciandolo alla deriva con lo scopo di depositare i peccati del popolo nell’animale, e liberarlo in modo che caricherà con le abominazioni di ognuno di coloro che aveva avuto contatto. Dalla premessa cristologica si è affermato che Gesù è l’agnello di Dio; detto agnello toglie il peccato non di una sola cultura, ma di ‘tutto il mondo’ che si fa sacramento nell’eucaristia. In eccesso, l’animale doveva essere senza difetto, come si è menzionato; per questo l’animale è avvolto per essere trasportato per il sacrificio o la liberazione per caricare, come si narra in Lc 2, 7: “Maria diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo adagiò in una mangiatoia”. Hanno fatto paralleli per dire che Gesù è il sacrificio senza difetto, un sacrificio ben curato. E non parliamo del premio che Dio dà a Maria, l’animo della ricezione di suo figlio per mezzo di una profezia detta da un anziano che era negli ultimi; al parecer quello che disse, lo pronunciò con difficoltà: “Ecco, questi è stato destinato affinché molti in Israele cadano e molti si rialzino, e come segno di contraddizione; e una spada ti trafiggerà l’anima stessa, affinché i pensieri di molti cuori siano rivelati” (Lc 2, 22-35) … È questo fare la volontà di Dio? La volontà di Dio deve essere sofferenza – dolore? (Cfr. Lc 1, 26 – 38).
A che serve consumare il sacrificio nell’eucaristia? Per restare contaminati nuovamente dai peccati, oltre ad aggiungere un altro peccato, di essere complici della morte di qualcuno (sia animale o persona), quando il quinto comandamento della legge data da Dio attraverso Mosè propone di non uccidere.
Conosciamo i fenomeni del popolo di Israele intuendo nelle opinioni dei moderni; sebbene siano divergenti, ci aprono a una prospettiva e visione. Alcuni commenti interpretano la pericope di Is 53, 7 che è citata in un testo del Nuovo Testamento degli Atti degli Apostoli quando l’etiope chiede spiegazione a Filippo su detto passo. Alcuni esegeti differiscono dal testo per avere alcune difficoltà; lì non si parla esplicitamente di un agnello immolato, bensì di una pecora, che è immolata; dell’agnello solo si dice che rimane muto mentre lo tosano. In molte occasioni si suole parlare meramente dell’agnello e ci si disinteressa della pecora, il che porta a tributare che l’agnello è immolato.
“Il servo sofferente/soffrente di cui ci parla Isaia non fa che caricare con i peccati del popolo; non li toglie, come lo afferma il testo di Gv 1, 29. 36, altri interpretano questo testo alla luce dell’agnello pasquale. Si è obiettato che l’immolazione di questo agnello era solamente rito commemorativo e non espiatorio; tale motivo portò a P. Lagrange a rinunciare al senso espiatorio. Gesù era stato agnello espiatorio a causa della sua innocenza, mentre C.H. Dodd ricorrendo all’apocalittica giudaica, compara il Re – Messia con un agnello” (Cfr. La verdad de Jesús).
Seguendo gli altri evangelisti, i Sinottici parlano anche di Gesù come l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo; gli si attribuisce questa confessione di fede a Giovanni il Battista, denominato precursore del Messia, sebbene possiamo dubitare di queste parole dette da Giovanni; piuttosto sembrano una confessione cristologica posteriore. Più probabilmente, secondo gli esegeti Gesù fu chiamato da Giovanni come l’eletto o servo di Dio e non come agnello né come il Figlio di Dio. I sinottici apportano l’intreccio del racconto del battesimo di Gesù, in parallelo con il primo canto che presenta il servo all’inizio della missione come il profeta e medico (Cfr. Is 42, 1 – 7) che si adatta molto bene con ciò che è narrato in Lc 4, 16ss: “Lo Spirito del Signore è sopra di Me, perché mi ha Unto (Inviato) per annunziare il Lieto Annunzio ai poveri, ridare la vista ai ciechi, liberare i prigionieri…” Successivamente, attraverso riflessioni, si concepisce che Gesù è la vittima immolata che propizia i peccati di tutta l’umanità, ma non è lo stesso Gesù che denomina che la sua morte e risurrezione sono atti della redenzione.
Per conseguenza, non starebbe male affermare che, in pratica, i Romani ci hanno redenti, e hanno fatto molto bene sentenzando a Gesù di Nazaret e non a quel tale Barabba; seguendo in modo letteralista dovremmo canonizzare Giuda Iscariota perché fu colui che lo tradì e perché non fare una ricerca storica per sapere chi propriamente appese Gesù al legno e collocarli nel santoral, perché in conseguenza delle loro azioni, Gesù poté morire e versare sangue per salvarci. E se Gesù morì allora le religioni e/o sette che dicono di essere trinitarie perdono senso perché se Gesù che è Dio, veramente morì, allora queste dovrebbero parlare di ‘binità’ e non di trinità. Mi piace di più il modo come lo presenta Leonardo Boff nel suo libro del Vangelo del Cristo cosmico: “Gesù Cristo ha a che fare con il mistero della creazione e non solamente con il mistero della redenzione”. Il sacrificio di Gesù è di comunione come lo presenta il capitolo terzo del libro del Levitico.
Si dice che Giovanni porta nel suo capitolo sesto un testo chiave per intendere l’Eucaristia. Ma, come andremo a dimostrare brevemente, quel capitolo non tratta dell’eucaristia, nonostante il vocabolario che utilizza; ci enfatizza in un testo dell’interpretazione cristologica, la fede in Gesù.
Ci sono tre formulazioni in questo testo: andare a Gesù, credere in lui e mangiarlo come fosse pane, che significano lo stesso nel versetto 35. Si continua più avanti nello stesso senso, senza alcuna allusione all’eucaristia. Solo di repente nei versetti 51b-56 si legge che bisogna mangiare la sua carne e bere il suo sangue —e questo parrebbe alludere all’eucaristia—. È davvero così? In realtà, questi sei versi interrompono il corso del pensiero e danno l’impressione di essere stati intercalati o interpolati, poiché fino al momento si trattava solamente della fede in Gesù, con il simbolo del cibo, Gesù come pane.
Il cibo e la bevanda materiale non realizzano niente che non sia già stato realizzato dalla fede. In modo che questo mangiare e bere non è che un linguaggio simbolico. Uno potrebbe chiedersi se l’autore ha conseguito qualcosa con un linguaggio simbolico così brutale. È quasi impensabile che lo stesso Gesù l’abbia utilizzato. Basta solo ricordare che la Torah proibisce rigorosamente di bere sangue (Levitico 17,10-14) e che il cannibalismo è condannato universalmente. È strano che questi versetti siano entrati nel testo e che questo non gli abbia causato problemi alla Chiesa fino ad ora. Critica che bisogna mangiare la carne di Gesù e bere il suo sangue; non può fare a meno di atterrirsi e resistersi. Ci porta a pensare che Gesù mai farebbe un discorso così lungo, ancor più sapendo che è gente di campagna che non lo comprenderebbe… né comparare questo con le sue parabole, piccoli racconti che si immergono nella realtà della gente.
Nel corso dei secoli, il cristianesimo e tutte le sue derivate hanno perfezionato le loro strategie per manipolare, avere influenza e potere per indurre i credenti a far dipendere la loro vita dalla volontà di Dio, convincendo i suoi seguaci che la loro felicità non è nel presente, ma nel futuro; e facendo delle disgrazie, delle prove, dei sacrifici e delle sofferenze della vita, sopportati in un atteggiamento di fede e sottomissione alla volontà divina. Questi che hanno presente e vivono questi parametri sono considerati esseri perfetti, santi, beati o persone degne di elevare agli altari canonizzandoli.
Questo impianto è quello che strutturò Paolo di Tarso con il racconto mitico della redenzione, descrivendo che la morte violenta di Gesù sulla croce è un gesto di espiazione pianificato e voluto da Dio in Gesù, che lo ha realizzato nel nome e al posto di tutti gli uomini —come si è detto per tradizione– “venne a pagare un debito che noi stessi non eravamo capaci di pagare”… come chi dice, non si paragona al debito estero. Il Papa Giovanni Paolo II, citato precedentemente, dice nel catechismo della Chiesa: “La morte violenta di Gesù non è stata il risultato per caso in una sfortunata combinazione di circostanze. Appartiene al mistero del Piano di Dio” (n.599). ¿Piano di Dio? Un Dio che proibisce di uccidere (Cfr. Es 20, 13), ma che si rallegra per la morte di suo Figlio.
Secondo i Vangeli, Gesù di Nazaret non aveva idea di un simile Dio minaccioso, arrabbiato, aggressivo e offeso dai peccati degli uomini e che l’avesse scelto per la realizzazione di un progetto di riconciliazione; neanche Gesù ha conoscenza di un’umanità caduta per un peccato originale e che avrebbe bisogno di essere salvata dall’intervento divino. Nonostante ciò, i concetti di colpa universale, maledizione, condanna, redenzione, espiazione, redenzione, giustificazione… appaiono già negli scritti del Nuovo Testamento solo alcuni anni dopo la morte di Gesù e particolarmente nelle lettere di Paolo. I testi paolini e le lettere attribuite a Pietro parlano di un’umanità schiavizzata dal peccato, del perdono dei peccati, di Dio e degli uomini che hanno bisogno di pace, di riconciliazione e della fine delle ostilità.
Questo mito, attraverso il sangue, la sofferenza e il sacrificio, non solo ha trasformato il cristianesimo in una religione lugubre, peccaminosa e piena di colpa, ma ha contaminato tutti i suoi dogmi, credenze, spiritualità, preghiere, riti e culti. Il mito della redenzione ha dimostrato di essere il più dannoso e fallito di tutti i miti cristiani, poiché contraddice il Dio che ci ha rivelato Gesù, un Dio che è Amore, Pietà, Tenerezza.
Niente di strano che domani denuncino un tempio, per aver collocato un crocifisso pieno di sangue e mostrando tutto un sensazionalismo di come è stata la Morte di Gesù. Ci basta ricordare Benedetto XVI quando parla della simbologia dell’acqua nella teologia giovannea, nella sua opera: Gesù di Nazaret; spiegando il passaggio del popolo di Israele attraverso il mare fuggendo dalla schiavitù dell’Egitto, il popolo di Israele vede la gloria quando passano il mare e quando il popolo egiziano è annegato nelle acque. Parrebbe che sia necessario dare morte, torturare e vedere l’altro sotto, umiliato, come recita il salmo “fare del nemico lo sgabello dei piedi” (Sal 109, 1)… Quella fu ed è la gloria che desiderò e desidera la Chiesa.
Julián Bedoya Cardona
