Così dice Yahveh al suo unto Ciro, che egli tiene per mano: Piegherò davanti a lui le nazioni, scioglierò le cinture dei re, aprirò davanti a lui le porte, i battenti non gli saranno chiusi. Per il mio servo Giacobbe, per il mio eletto Israele, ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo, anche se non mi conoscevi…
Domenica 29 tempo ordinario
ISAIA 45, 1 e 4-6
Così dice Yahveh al suo unto Ciro, che egli tiene per mano:
Piegherei davanti a lui le nazioni, scioglierò le cinture dei re, aprirò davanti a lui le porte, i battenti non gli saranno chiusi. Per il mio servo Giacobbe, per il mio eletto Israele, ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo, anche se non mi conoscevi.
Io sono il Signore e non ce n’è altri; fuori di me, non c’è dio. Ti ho posto la cintura, anche se non mi conosci. Perché sappiano da Oriente a Occidente che non c’è altri fuori di me. Io sono il Signore e non ce n’è altri.
La prima lettura introduce il tema generale: il Re Salvatore. Gli ebrei soffrono l’esilio di Babilonia, sospirando per il Liberatore che li riporti a Gerusalemme. Ciro, Re di Persia, conquista Babilonia (539 a.C.) e permette agli ebrei il ritorno. La letteratura profetica vede in Ciro un “Unto del Signore”, per salvare il suo popolo.
Ancora una volta, Dio si presenta come “Signore della Storia” e come “il Liberatore” del suo popolo, allo stesso modo in cui lo fece nella liberazione dalla schiavitù d’Egitto.
Questa fede in Dio liberatore del popolo deve tuttavia maturare e spiritualizzarsi. Gli ebrei al tempo di Gesù pensano ancora in un Messia liberatore politico. A questa mentalità si accompagna una nozione del popolo eletto come nazione, come Stato, una presenza di Dio nel Tempio che è garanzia di sicurezza del popolo.
E Gesù viene a porre fine definitiva a quella fede provvisoria. Né il popolo di Dio è questione di razza, né Dio abita in case fatte da mano d’uomo, né il Regno di Dio ha nulla a che fare con uno Stato.
1 TESSALONICESI 1, 1-5
Paolo, Silvano e Timoteo alla Chiesa dei Tessalonicesi, in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo. A voi grazia e pace.
Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi incessantemente nelle nostre preghiere. Abbiamo presente davanti al nostro Dio e Padre l’opera della vostra fede, le opere della vostra carità, e la tenacia della vostra speranza in Gesù Cristo nostro Signore.
Sappiamo, fratelli cari di Dio, della vostra elezione; poiché il nostro Vangelo vi è stato predicato non solo con parole ma anche con potenza e con lo Spirito Santo, con piena persuasione.
A partire da oggi e fino alla domenica 33ª leggeremo alcuni brani della lettera di Paolo ai cristiani di Tessalonica. È il primo scritto del Nuovo Testamento, datato l’anno 51. Paolo fondò questa comunità quando fu espulso da Filippi. Più tardi andò ad Atene e a Corinto.
Da lì, informato dei problemi che c’erano a Tessalonica, inviò il suo caro discepolo Timoteo con una lettera in cui si parla della “Parusia”, la seconda venuta di Cristo, tema dibattuto e difficile, poiché molti cristiani la consideravano imminente, al punto che avevano smesso di lavorare, poiché la fine dei tempi era immediata.
Il testo di oggi è il saluto iniziale della lettera, pieno di apprezzamento e affetto da parte di Paolo e dei suoi accompagnatori.
Giuseppe Enrico Galarreta, S.J.
