Fe Adulta

Parabole per tempi di crisi (iii)

DOMENICA 17. CICLO A

Negli ultimi due domeniche, il discorso in parabole ha risposto a tre domande che la vecchia comunità cristiana si pone e che continuiamo a porcioci:

1) Perché non tutti accettano il messaggio di Gesù? (parabola del seminatore).

2) Cosa fare con coloro che non lo accettano? (il grano e la zizzania).

3) Questa piccola comunità ha un futuro? (il seme di mosto e il lievito)

Rimangono ancora altre due domande da porre e rispondere.

Ne vale la pena?

La domanda che può continuare a girare nella testa dei seguaci di Gesù è se tutto questo ne valga la pena. A questa domanda rispondono due parabole molto brevi, apparentemente identiche nello sviluppo e con grande somiglianza nelle immagini. Per questo sono conosciute come le parabole del tesoro e della perla. Ciò che accade in entrambi i casi è il seguente:

a) Il protagonista scopre qualcosa di enorme valore.

b) Per ottenerlo, vende tutto ciò che possiede.

c) Acquista l’oggetto desiderato.

Tuttavia, ci sono curiosi dettagli di differenza tra le due parabole, a partire dai protagonisti.

Il fortunato e il diligente(il tesoro e la perla)

Il protagonista della prima è un uomo fortunato. Mentre cammina nel campo, trova un tesoro. La sua prima reazione non è portarlo all’ufficio oggetti smarriti (che allora non esiste) né pubblicare un annuncio sul giornale (che nemmeno esiste). Prima di tutto, lo nasconde. Sorpreso, si riempie di gioia e decide di appropriarsi del tesoro, ma legalmente. L’unica soluzione è comprare il campo. È grande e costoso. Non importa. Vende tutto ciò che ha e lo acquista.

Il protagonista della seconda parabola è molto diverso. Non perde tempo a passeggiare nel campo. È un mercante diligente alla ricerca di perle di grande valore. Purtroppo, la traduzione liturgica ignora questo aspetto: invece di “Il Regno dei cieli assomiglia anche a un mercante di perle fini”, dovrebbe dire “a un mercante alla ricerca di perle fini”. Non la trova per caso, ma la insegue con fervore. Come buon mercante, calcolatore e freddo, non salta di gioia quando la trova, proprio come il protagonista della prima parabola. Ma fa lo stesso: vende tutto ciò che ha per acquistarla.

La perla e il mercante. Un’altra curiosa differenza è che la prima parabola paragona il Regno dei Cieli a un tesoro, ma la seconda non lo paragona a una perla preziosa, bensì a un mercante. Questo dettaglio offre un indizio per interpretare le due parabole.

Né titoli spazzatura né truffa da cartolina. Non dimentichiamo che queste parabole si rivolgono a una comunità che soffre una profonda crisi e si chiede se essere cristiani abbia valore. In termini moderni: mi hanno venduto titoli spazzatura o mi hanno dato la truffa da cartolina? La risposta mira a rivitalizzare l’esperienza primitiva, quando ognuno decise di seguire Gesù. Alcuni entrarono in contatto con la comunità in modo puramente casuale e vi scoprirono un tesoro per cui valeva la pena rinunciare a tutto. Altri scoprirono la comunità dopo anni di inquietudine religiosa e ricerca intensa, come accadde a numerosi pagani precedentemente in contatto con il giudaismo; anche questi dovettero rinunciare e vendere per acquisire.

Le parabole, oltre a infondere speranza, animano anche un esame di coscienza. La fede in Gesù e la comunità cristiana è ancora per me un tesoro inestimabile o si è trasformata in un oggetto inutile e polveroso che conservo solo per abitudine?

Allo stesso tempo, ci insegnano qualcosa di molto importante: è il cristiano, con il suo atteggiamento, a rivelare agli altri il valore supremo del Regno. Se non si riempie di gioia nel scoprirlo, se non rinuncia a tutto per ottenerlo, non ne farà percepire il valore. Queste parabole sembrano dire: “Quando ti chiederanno se essere cristiano ne vale la pena, non pronunciare un discorso; dimostra con il tuo atteggiamento che ne vale la pena”.

Cosa succederà a coloro che accettano il Regno, ma non vivono secondo i suoi ideali?

A questa ultima domanda risponde la parabola della rete gettata nel mare. Non è chiaro se si parli di tutta l’umanità, dove ci sono buoni e cattivi, o della comunità cristiana, dove può accadere lo stesso. Poiché il tema del giudizio universale è stato trattato in relazione al grano e alla zizzania, sembra più probabile che si riferisca al problema interno della comunità cristiana. Interpretata in questo modo, si collegherebbe molto bene alle due precedenti. Ci sono persone all’interno della comunità che non vivono secondo i valori del Vangelo, che non mantengono quell’esperienza di aver scoperto un tesoro o una perla. Cosa succederà a loro? La risposta è molto dura («i cattivi saranno gettati nel forno ardente») ma conviene completarla con l’ultima parabola del Vangelo di Matteo, quella del Giudizio finale (Mt 25,31-46), dove risulta chiaro quali sono i pesci buoni e quali quelli cattivi. I buoni sono coloro che, sapendolo o meno, danno da mangiare al affamato, bevono al setoso, vestono il mendicante, ospitano chi non ha un tetto… Coloro che aiutano i bisognosi, anche se non intuiscono che in loro c’è lo stesso Gesù.

Conclusione

Matteo conclude le sette parabole paragonando il predicatore del Vangelo a un padre di famiglia. Sembra un nuovo enigma, questa volta senza spiegazione. In senso immediato, l’scriba che comprende il regno di Dio è Gesù. Per esporre il suo messaggio ha usato cose nuove e vecchie. Dal baule dei suoi ricordi ha tirato fuori cose antiche: qualche allusione al Vecchio Testamento, la tecnica parabolica e il linguaggio immaginativo dei profeti. Ma la maggior parte consiste in cose nuove, frutto della sua esperienza e della sua capacità di osservazione: la vita del contadino, della casalinga, del pescatore, del mercante, delle persone che lo circondano, le servono per esporre con interesse il suo messaggio. Per questo, anche il paragone finale è un invito ai discepoli e ai predicatori del Vangelo a essere creativi, a rinnovare il loro linguaggio, a non ripetere meramente ciò che hanno imparato.

La prima lettura

La prima lettura ci invita a chiedere a Dio questa saggezza, così come Salomone la chiese per governare il suo popolo.

Riflessione finale

Il discorso in parabole ci ha occupato tre domeniche. La sua problematica è così attuale e interessante da averne valso la pena. Data la situazione attuale della Chiesa, forse il suo messaggio più grande è quello di speranza ed entusiasmo. Seguire Gesù ne vale la pena e ha futuro, a patto rinunciare ad essere un cedro del Libano e accontentarsi di essere un seme di mosto. Anche piccola, come il lievito, la comunità cristiana potrà sempre fare il bene agli uccelli del cielo, anche se non si fermeranno a nidificare sui suoi rami.

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