Fe Adulta

Riflessioni sul film gli domenica

José Arregi Avatar

Ho visto con molto interesse e non poca scomodità Los domingos, film diretto da Alauda Ruiz de Azúa, autrice della sceneggiatura. Un grande film, recentemente insignito della concha d’oro del Festival del Cinema di San Sebastián. Racconta la storia –reale– di Ainara, che a 17 anni si sente fortemente chiamata da Dio a diventare monaca di clausura e a dedicarsi interamente ed esclusivamente all’amore divino. Il suo desiderio provoca una certa condiscendenza –non esente da interesse economico– da parte di suo padre Iñaki e il rifiuto intransigente e arrabbiato di sua zia Maite.

Alcuni analisti, soprattutto tra i più vicini all’istituzione cattolica, salutano questo film –o l’album Lux di Rosalía o il libro Su Dio. Pensare con Simone Weil del acclamato Byung Chul Han– come segno del “ritorno spirituale” che si verrebbe dando oggi nella nostra società moderna tanto travagliata e disorientata. Dipende da cosa intendiamo per spirituale. Mi chiedo perché un monastero di monaci celibi che una vocazione o un movimento di azione eco-femminista e socialista sia più associato alla spiritualità.

Un noto vescovo va molto oltre. Afferma che “in tempi in cui la fede è spesso caricaturata, questo film è una boccata d’aria fresca”, “rende un grande servizio contro le teorie della sospetto” verso la vita religiosa, “fa un bene enorme ai giovani”. Si mostra incapace di applaudire il film senza battezzarlo, né di battezzarlo senza aggredire e condannare il personaggio di Maite, la zia di Ainara, “contrassegnata –dicta il vescovo– dall’ateismo militante e dal rifiuto del fatto religioso”. Maite riflette una “frustrazione vitale”, segnala il vescovo, e si chiede se “non sarà che questa donna, che non ha saputo amare, sente invidia dell’amore puro che vede in sua nipote”. Tipica deriva e condotta clericale: canonizza mezza pellicola e anatematizza l’altra metà.

Un favorevole auspicio per il film e la sua ispirata e rispettosa regista.

Considero, infatti, che una delle grandi virtù di quest’opera d’arte è che plasma con grande forza e bellezza, e con molta onestà, la storia reale di un’adolescente intrappolata tra due mondi ideologici chiusi: il mondo “religioso” e il mondo “antireligioso”. Due blocchi che in nessun momento lungo il film dialogano veramente, ma si limitano a difendere le rispettive convinzioni come verità assoluta, impermeabile alla ricerca e alla verità dell’altro. Mi concentrerò su questa questione, analizzando non tanto i personaggi concreti, ma gli stereotipi che mi suggeriscono.

Maite, la zia di Ainara, è assolutamente sicura che la ricerca religiosa e il desiderio dell’amore di Dio della sua amata nipote non abbiano alcun valore. Sono semplicemente alienazione e menzogna, frutto della sua psicologia di adolescente orfana (di madre), sensibile e ferita, e, soprattutto, prodotto della manipolazione di cui ha subito da parte della scuola di monache dove studia, da parte del giovane sacerdote che in qualità di direttore spirituale discerne e certifica l’autenticità della sua vocazione, e da parte della priora del monastero, desiderosa di riceverla nella sua comunità. Solo questo? Maite, tutte le Maites, non saranno anche loro, vittime di pregiudizi?

Non merece Ainara, tutte le Ainaras, più attenzione e cura, più delicatezza e rispetto, più profonda empatia, da parte di sua zia e di questa nostra irritata società? Nel profondo della sua ricerca, con tutte le sue ambiguità e ombre, non si nasconderà un vero desiderio più grande di ogni carriera e affare, il desiderio di infinito che muove il cuore umano e tutti gli esseri?

Ancora più incrollabile è la certezza dell’istituzione religiosa, poiché ha come garante lo stesso Dio, e pretende sapere dove si manifesta Dio: parla, sì, nel profondo di ogni persona umana, come nel delicato cuore di Ainara, ma il sicuro discernimento e l’ultima parola su ciò che Dio dice e vuole non la hanno né Ainara né nessuno, se non la Chiesa gerarchica istituita da Gesù e assistita dallo Spirito Santo della verità e dell’amore, dal papa e dal vescovo al “padre Txema”. Loro sanno che Dio chiama alcuni più che altri, e solo loro sanno, in ultima istanza, a chi sceglie interamente per sé e a chi no, e sanno anche che il celibato è la condizione e il sigillo carnatale di tale appartenenza piena ed esclusiva a Dio.

Se al padre Txema o alla priora del monasterio gli chiediamo perché, ci risponderanno con l’argomento che abbiamo sentito nel film: “La fede è un dono che si riceve o non si riceve. E questa è questione di fede”. Perfetto ragionamento circolare, tonda petizione di principio: “Per la fede sappiamo che la fede è verità”. Sappiamo che Dio sceglie alcuni per sé in esclusiva perché lo dice la Bibbia che è parola di Dio. Perché lo sappiamo? Perché lo insegna la Chiesa, e la Chiesa non può mentire perché in essa parla Dio. Non c’è più prova che la fede fondata sulla propria fede.

Due caricature, una religiosa, l’altra antireligiosa. Due fondamentalismo dogmatici senza comunicazione né dialogo possibile, di cui Ainara è la vittima principale nella triste storia de Los domingos. Entrambi i fondamentalismo si nutrono reciprocamente tanto come si negano, e non si incontrano mai veramente, ciechi nel riconoscersi nel fondo della loro ferita comune. E insieme a tutti gli altri fondamentalismi – economici, tecnologici, politici – approfondiscono il nostro generale sradicamento e ci conducono a un naufragio globale.

La directora di questo film non prende posizione né invita a farlo, ma descrive i fatti con nitidezza e invita fermamente gli spettatori ad aprirsi, a guardarsi, ad ascoltarsi, a dialogare. A dialogare dalla profonda consapevolezza dell’ambiguità di tutte le convinzioni e opzioni, dall’interrogazione rigorosa e dall’umile rispetto, dalla fiducia vacillante e necessaria nell’altro, nell’essere umano, nella realtà misteriosa dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande. Ci giochiamo il nostro futuro comune planetario.

E mi oserei persino dire che le istituzioni religiose in generale e l’istituzione gerarchica cattolica in particolare hanno una maggiore responsabilità. Non sanno ancora che l’ateismo è prodotto storico necessario del teismo predominante nei grandi monoteismi (ebraismo, cristianesimo, islam)? Non continuano a chiamare “Dio” le loro paure? Non lo difendono a cieco per mantenere il loro potere e privilegi?

Non si osserva che l’immagine di un Dio ente sovrano e arbitrario a immagine umana –che sceglie alcuni piuttosto che altri e richiede la rinuncia alle relazioni sessuali come condizione di appartenenza esclusiva a Sé– sia stata superata da millenni in tutte le tradizioni mistiche, anche nel cristianesimo, e che oggi sia semplicemente assurda, e che il crollo dei seminari e dei monasteri non sia dovuto all’insensibilità spirituale dei giovani, ma alle radicali trasformazioni culturali che viviamo?

L’ancoraggio e il respiro profondo –personale, sociale, politico– di cui tanto siamo privi ci spingevano. Ci sollecitano ad essere liberi da dogmi e pregiudizi, a riconoscere l’ombra e la luce di cui siamo tutti fatti, a lasciarci guidare dal desiderio universale più profondo. Il Respiro o la Presenza amorosa ci abita e ci chiama allo stesso modo tutti gli esseri, si rivela allo stesso modo nel mistero dell’atomo e dell’universo infinito, è in eterno Natale e in eterno Avvento nel cuore di quanto esiste. Tutti gli esseri possiamo incarnarla per la nostra comune gioia di essere.

 

José Arregi

Aizarna, 12 dicembre 2025

www.josearregi.com

Versione italiana tradotta con IA

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