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Risposte per una crisi della chiesa

DOMENICA 15 TO. CICLO A

Una crisi con cinque domande e sette parabole (Mt 13)

La liturgia dedica questa domenica e le due successive alle parabole sul Regno di Dio contenute nel capitolo 13 del vangelo di Matteo. Quando l’evangelista scrive questo, riflette le circostanze della sua epoca, verso l’anno 80, quando i seguaci di Gesù vivono in un ambiente ostile. Sono rifiutati, sembrano non avere futuro, si sentono disorientati di fronte ai loro avversari, non comprendono perché molti Ebrei non accettano il messaggio di Gesù, che riconoscono come Messia. Le cose non sono così meravigliose come avevano pensato all’inizio. Come agire di fronte a tutto questo? Che cosa pensare? Matteo, basandosi sul discorso parabola di Marco, mette nella bocca di Gesù, attraverso sette parabole, le risposte a cinque domande che rimangono valide per noi:

Perché non tutti accettano il messaggio di Gesù? — La parabola del seminatore.

Quale atteggiamento dobbiamo assumere verso coloro che rifiutano questo messaggio? — Il grano e la zizzania.

Ha qualche futuro questo messaggio accettato da così poche persone? — Il granello di senape e il lievito.

Vale la pena impegnarsi per esso? — Il tesoro e la perla preziosa.

Che cosa accadrà a coloro che accettano il messaggio, ma non vivono secondo gli ideali del Regno? — La rete.

Questa domenica leggiamo la prima; il 16, le tre seguenti; il 17, le altre tre.

Perché non tutti accettano il messaggio di Gesù?

La prima parabola, quella del seminatore, risponde al problema di perché la parola di Gesù non produce frutto in alcune persone. Parte da un’esperienza conosciuta da un pubblico contadino. Per noi, basta ricordare due dettagli elementari: la Galilea è una regione molto montuosa, e al tempo di Gesù non c’erano trattori. Il seminatore si trovava di fronte a un compito difficile e sapeva in anticipo che non tutta la semenza avrebbe dato frutto.

L’ideale sarebbe raccontare o leggere questa parabola a persone che non l’avessero mai sentita. Alla fine si guarderebbero con stupore e direbbero: e allora? Tutt’al più, le ultime parole di Gesù, “Chi ha orecchi per intendere, intenda!”, suggerirebbero loro che la storia ha un significato più profondo, ma non sanno quale. Siamo di fronte a una parabola enigmatica, che intende provocare la curiosità del lettore.

Perciò, subito dopo, sorge la domanda dei discepoli: Perché parli loro in parabole? E questo serve a introdurre il brano più difficile di tutto il capitolo. La liturgia permette di omettere la lettura di questa parte e consiglio di seguire il suo suggerimento, passando direttamente alla spiegazione della parabola: perché la parola di Gesù non produce frutto in tutti i suoi ascoltatori?

Quattro possibilità

1) In alcuni, perché quella parola non dice loro nulla, non corrisponde ai loro bisogni o ai loro desideri. Per loro non significa nulla la formazione di una comunità di uomini liberi, uguali, fratelli, figli di uno stesso Padre.

2) Altri l’accettano con gioia, ma mancano del coraggio e della capacità di resistenza per sopportare le persecuzioni.

3) Altri danno maggiore importanza alle necessità primarie (cibo, vestito) rispetto all’obiettivo a lungo termine (il Regno di Dio). Due situazioni estreme e opposte, l’angoscia della vita e la seduzione della ricchezza, producono lo stesso effetto, soffocare la parola di Dio.

4) Infine, in altri il seme produce frutto. La parabola è ottimista e realista. Ottimista, perché gran parte del seme cade presumibilmente in terreno buono. Realista, perché ammette vari gradi di produzione e di risposta nel terreno buono: cento, sessanta, trenta. In questo, come in molte altre cose, Gesù è molto più comprensivo di noi, che consideriamo valido solo il terreno che dà il cento per uno. Anche quello che dà trenta è buon terreno (idea che potrebbe applicarsi a tutti i livelli: morali, dottrinali, di impegno cristiano, ecc.).

Monito e ringraziamento

La parabola potrebbe leggersi anche come un appello alla responsabilità e alla vigilanza: anche il terreno buono che sta producendo frutto deve ricordare quali cose rendono sterile la parola di Dio: l’indifferenza, l’incostanza quando vengono le difficoltà, l’angoscia della vita, la seduzione della ricchezza.

Ma è più importante ringraziare il Signore perché ha seminato in noi la sua parola, l’abbiamo accolta e, anche se solo un trenta per cento, ha prodotto frutto.

Appello alla fede e all’ottimismo: Isaia 55,10-11 e Salmo 64

La crisi di fronte alla situazione attuale può derivare in molti casi dal fatto che concentriamo tutto sull’azione umana. Quando noi falliamo, soprattutto quando falliscono gli altri, crediamo che tutto vada male. Notiamo solo aspetti negativi. La prima lettura di oggi, invece, che usa anch’essa la metafora del seme e del seminatore, ci incoraggia ad avere fede nell’azione misteriosa della parola di Dio, feconda come la pioggia, che non cesserà di produrre frutto.

Questo breve passo sembra molto semplice e teologico, quasi al margine della vita quotidiana. Eppure è la conclusione dei capitoli 40-55 del libro di Isaia, dove si annuncia la liberazione da Babilonia e il ritorno in patria. Come sarà possibile? Per mezzo di un re umano, Ciro di Persia, e della Parola di Dio, che muove la storia.

Anche noi dobbiamo essere convinti che il seme piantato non cesserà di produrre frutto. Sarà come la parola del Signore, che “non tornerà a me vuota, ma farà ciò che io voglio.”

L’azione di Dio è sottolineata dal salmo, che usa anch’esso immagini campestri. Il Signore non solo pianta il seme, ma anche innaffia la terra, pareggia le zolle, manda la pioggerella, benedice i germogli. Alla fine, “le valli si rivestono di messi che gridano e cantano per la gioia.” Il futuro è più speranzoso di quanto a volte pensiamo.

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