SAPIENZA 7, 7-11
Per questo ho chiesto e mi è stata concessa la prudenza; ho supplicato e mi è venuto lo spirito di Sapienza. E l’ho preferita a scettri e troni e non ho tenuto in alcun conto la ricchezza in confronto a lei. Né la equiparerò alla pietra più preziosa, perché tutto l’oro al suo confronto è un pugno di sabbia, e fango sembra l’argento al suo cospetto. L’ho amata più della salute e della bellezza e ho preferito averla più della luce, perché lo splendore che da lei promana non conosce notte. Con lei mi sono venuti insieme tutti i beni, e ricchezze incalcolabili nelle sue mani.
Ricordiamo che in questo libro, l’ultimo dell’AT, scritto alla fine del I secolo a.C., o forse anche più tardi, si tratta della “Sapienza di Salomone”, sebbene questo non sia altro che una finzione letteraria. Salomone è proposto a Israele come modello di Sapienza, e in questo testo si presenta come disprezzatore delle ricchezze, che sono fango al cospetto del valore della sapienza. I due versi finali dovrebbero essere intesi simbolicamente, poiché ha disprezzato come fango i beni della terra.
La realtà fu molto diversa, perché di fatto Salomone accumulò e ostentò ricchezze, mostrò la sua grandezza con innumerevoli concubine straniere, che finirono per introdurre in Israele culti di altri dèi… Quei due versi finali che abbiamo commentato furono l’amara realtà: la sua “sapienza” lo portò alla ricchezza e all’allontanamento da Dio. Il mito del Saggio Salomone, amato da Dio, costruttore del Tempio, non ha nulla a che vedere con la triste realtà storica, ma è sopravvissuto nella letteratura veterotestamentaria.
EBREI 4, 12-13
In verità, la Parola di Dio è viva ed efficace, e più tagliente di qualsiasi spada a doppio taglio. Penetra fino ai confini tra l’anima e lo spirito, fino alle giunture e al midollo; e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. Non c’è per lei creatura invisibile: tutto è nudo e manifesto agli occhi di Colui al quale dobbiamo rendere conto.
Questo breve testo fa parte della grande esortazione dei capitoli 3 e 4, in cui, facendo un parallelo tra Gesù e Mosè, si esorta ad ascoltare la Parola. È un notevole esempio della concezione ebraica dell’uomo: corpo – anima – spirito, senza una chiara differenziazione tra di loro, senza possibilità di identificazione con i nostri concetti di corpo e anima. La traduzione che ci sarebbe valsa sarebbe “penetrante fino all’intimo”.
D’altra parte, il testo ha un’applicazione diretta a qualsiasi tema di conversione o attenzione alla Parola, poiché non si tratta di alcun adempimento esteriore o apparenza umana, ma di “conversione del cuore”, là nell’intimo, dove giungono gli occhi di Dio anche se forse i nostri stessi occhi non osano arrivare.
D’altra parte, l’ultimo paragrafo, (tutto è nudo e manifesto agli occhi di Colui al quale dobbiamo rendere conto), mostra la tipica mentalità minacciosa dell’AT. Per chi è nel Regno, che crede in Dio come Abbà, l’espressione più corretta sarebbe: “tutto è nudo e manifesto agli occhi di Colui che è il nostro medico, il nostro Pastore, il nostro Padre”. E così, invece di una minaccia, il fatto che Dio ci conosca a fondo è un sollievo, un motivo di totale fiducia.
José Enrique Galarreta
