Gv 2, 13-25
Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesú salí a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: “Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato”. I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora. Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: “Quale segno ci mostri per fare queste cose?” Rispose loro Gesú: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Gli dissero allora i Giudei: “Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?” Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesú.
Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome. Gesú però non si confidava con loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro, egli infatti sapeva quello che c’è in ogni uomo.
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Sembra chiaro che questo comportamento di Gesú ebbe molto a che vedere con la sua morte (Mc 14,58; Mt 27,40). In un conflitto -tra Gesú e le autorità religiose- che andò in crescendo, l’episodio del tempio appare come la goccia che fa traboccare il vaso, facendo da detonante che precipita la decisione che avrebbe portato all’arresto, la condanna e la morte del maestro di Nazaret.
In che cosa consisteva, esattamente, la gravità di questo fatto? Proprio in qualcosa che, a coloro che non sono familiarizzati con la tradizione biblica, può passare inosservato: nel carattere di “gesto profetico” che riveste l’azione di Gesú.
Perché non si trattò soltanto di una “purificazione” del tempio -le attività menzionate nel testo erano legittime-, ma di qualcosa di piú radicale: del pretendere di porre fine alla religione e al culto basati sul sacrificio. Lungi dall’essere una semplice “purificazione” di uno spazio sacro, ciò che si stava producendo era una “distruzione” simbolica di ogni religione.
Riconoscere Gesú quale critico della religione ci sprona ad essere piú lucidi davanti allo stesso fatto religioso. Atei e mistici sono stati particolarmente sensibili alla deformazione di Dio che, frequentemente, s’è operata nelle religioni. L’oggetto diretto della loro critica non è altro che l’oggettivazione di Dio e il dualismo conseguente.
Infatti la mente non può che parlare di un dio oggettivato, percepito come separato, per quanto gli si aggiungano tratti di intimità e di amore. È lo sguardo di questo “oggetto separato” che risulta ormai non solo insopportabile ma alienante e, in definitiva, inaccettabile per la coscienza moderna.
Non esiste niente separato da niente; tutto è una mirabile e gioiosa interrelazione. Un dio separato non sarebbe Dio. Ogni dio separato è un dio proiettato dalla mente. Prendiamo come reale ciò che la mente può processare, senza renderci conto che si tratta di uno strumento assolutamente incapace di muoversi al di fuori del campo degli oggetti. Tuttavia, come ha espresso in maniera azzeccata, Gilbert Schultz, “la Realtà è Non-Duale, vale a dire, è priva di ogni divisione”.
Se ci fidiamo della mente, in ambito religioso, l’antropomorfismo è inevitabile: creiamo un dio sulla nostra misura, facendo di lui un “sosia” nel quale ci guardiamo.
Ogni credenza è un’”etichetta”, una “mappa”. E per quanto ci sembri “sacra”, non può essere che quello: questo è il limite invalicabile della mente. Le credenze (come le etichette) sono legittime, ma comportano il grave rischio dell’assolutizzazione. Al punto da prodursi ciò che Michel Onfray ha denunciato con sarcasmo: “Il silenzio di Dio permette il chiacchiericcio dei suoi ministri che usano e abusano dell’epiteto”.
Per questo, quando cade una credenza, non si perde niente di importante: è caduta una “mappa”. Cade solo ciò che non è reale; il reale non può cadere. Cade unicamente ciò che è privo di un fondamento fermo. In concreto, può crollare la credenza in Dio, ma è impossibile negare la coscienza di essere. Tale coscienza di essere -se si vuole, “Dio”, nel senso genuino della parola- non solo non è difficile da trovare, ma impossibile da evitare.
Al contrario delle credenze, qui si tratta di una realtà autofondata. E ne possiamo parlare, non in termini “religiosi” -propri od esclusivi di un gruppo particolare-, ma in un “linguaggio universale” nel quale tutti possiamo ritrovarci. Del resto, prima o poi, nel cammino spirituale dovranno cadere tutte le credenze..., poiché cadrà il supposto detentore delle stesse: l’io o ego.
Ma l’unica cosa che cade sono le etichette, i concetti, le credenze, le mappe… E cadrà, completamente, a mano a mano che vorremo rendere possibile l’accesso al “territorio”. Nel momento in cui cadono tutte le credenze, rimane l’unica cosa ferma e innegabile: la certezza di essere.
Le credenze sono trascese nella visione e nell’esperienza diretta di ciò che è. Non si cerca piú la verità con la mente, e si impara a silenziare questa come condizione per poter vedere con chiarezza.
Enrique Martínez Lozano
www.enriquemartinezlozano.com
Traduzione: Teresa Albasini
