Gv 3, 14-21
“E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, cosí bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.”
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.
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Da un punto di vista letterario, il capitolo 3 del vangelo di Giovanni è un vero e proprio rompicapo, il che indica che questo testo non è il prodotto di una stesura momentanea e non è neppure opera di un solo autore. Durante un tempo prolungato, vennero progressivamente aggiunte delle riflessioni che sorgevano nel seno della comunità, e che un qualche nuovo glossatore giustapponeva al testo originale.
Da questa serie di giustapposizioni, l’autore riporta qui l’immagine di Mosè che innalza il serpente nel deserto. Per il popolo ebraico, l’immagine del serpente ricordava, allo stesso tempo, i lamenti del popolo e la misericordia di Yhwh.
Cosí come è narrato nel Libro dei Numeri (21,4-9), di fronte alla durezza della marcia attraverso il deserto, il popolo cominciò a mormorare contro Mosè e contro Yhwh, il quale mandò tra loro serpenti velenosi il cui morso gli causava la morte. Dopo il pentimento del popolo e l’intercessione di Mosè, questi ricevette l’incarico di mettere un serpente di rame sopra un’asta: bastava guardarlo per essere guarito dal veleno mortale.
Si tratta, ovviamente, di un racconto mitico, che non può essere accettato letteralmente che da una coscienza mitica, come quella che ha il bambino fra i 3 e i 7 anni, o quella che ha vissuto l’umanita tra gli anni 10.000 e 1.000, approssimativamente, della nostra era.
È comunque ovvio che, anche attualmente, è rimasta viva la coscienza mitica in non poche menti umane: questo spiegherebbe che, sia sul livello delle religioni sia su quello dei nazionalismi, si mantengano credenze che, viste da un altro livello (semplicemente, quello “razionale”), sembrano fiabe per bambini.
In modo particolare nell’ambito della religione, è piú facile restare ancorati a questo livello di coscienza -pur se la stessa persona, in altri settori della sua vita, può avere degli atteggiamenti postmoderni-, dovuto al fatto che i testi sacri sono stati intesi alla lettera, come se nella loro stessa formulazione fossero caduti dal cielo, rivelati da Dio.
A partire da questo concetto di “rivelazione”, incentrato sul letteralismo, il credente non osa riconoscere il carattere storico, condizionato e quindi relativo di questi testi, per cui continua a ripeterli in maniera meccanica, senza metterli minimamente in discussione. Forse in modo inconscio, in questo terreno -non cosí in altri della sua esistenza quotidiana-, sta rinunciando a fare uso di una coscienza piú ampliata, che gli fornirebbe una lettura piú adeguata e, di conseguenza, liberatrice.
Ma sul tema concreto che stiamo commentando, c’è di piú: una idea magica della salvezza, che avrebbe segnato dolorosamente la coscienza collettiva cristiana per piú di un millennio. Come il popolo ebraico poté credere che bastava guardare un serpente di rame per essere guarito dal morso velenoso, in modo simile, durante secoli, molti cristiani pensarono (pensano) che la salvezza venisse prodotta dalla morte di Gesú sulla croce.
Vorrei insistere sul fatto che, finché uno si trova in questo livello di coscienza, una tale lettura è accettata senza difficoltà. Ma ciò non vuol dire che non contenga conseguenze estremamente pericolose, tra le quali bisognerebbe segnalare le seguenti:
· immagine di un dio offeso e vendicativo al limite;
· idea di un interventismo divino, arbitrario e “dal di fuori”;
· idea di una peccaminosità universale, previa persino a qualsiasi
decisione personale (credenza nel “peccato originale”);
· instaurazione di un senso di colpa, fino a raggiungere limiti patologici;
· credenza in una salvezza “magica”, prodotta dall’esterno.
Con questa lettura letteralista, si stabiliscono le basi di tutta la “dottrina dell’espiazione”. Tuttavia, è possibile un’altra lettura che, riconoscendo il carattere “situato” e, pertanto, inevitabilmente relativo dei testi sacri, accede ad un livello di maggiore comprensione e libera il credente dal dover restare afferrato ad un pensiero magico o mitico che, per la stessa evoluzione della coscienza, gli risulta ormai non piú solo insostenibile ma nocivo.
Partendo da questa nuova lettura, il cristiano continua a fissare il suo sguardo su Gesú, e su Gesú crocifisso. Ma non è piú uno sguardo infantile né infantilizzante. Ormai vede in Gesú e nel suo destino -provocato dall’ingiustizia delle autorità del momento- ciò che è il paradigma di una vita completamente realizzata: fedele e offerta fino alla fine. Per questo motivo, il fatto di “guardare la croce” comincia già ad essere salvatore: ci fa scoprire in che consiste essere persona.
Enrique Martínez Lozano
Traduzione: Teresa Albasini
