I cambiamenti importanti nella Chiesa cattolica devono riflettersi nel Codice di Diritto Canonico. Il Concilio Vaticano II ha suscitato una grande euforia progressista, che poi, con l’arrivo di Giovanni Paolo II e del suo nuovo Codice, si è sgonfiata. Potrebbe succedere lo stesso con il Sinodo. Per questo, ciò che bisogna esigere è che, se viene annunciato qualche avanzamento, esso sia riflesso in una legge. Il problema è che non si intravede nulla di nuovo e importante ed è lamentabile pensare che sarebbe sufficiente se il sinodo riuscisse a portare la Chiesa attuale fino ai limiti consentiti dalle leggi attuali. Lo dice Papa Francesco nella sua nota di accompagnamento al Documento Finale editato e offerto alla Chiesa per la sua implementazione. Vedremo come finirà tutto, ma attualmente la delusione di alcuni è molto grande.
In un primo momento sono emerse questioni di alto livello in relazione alla comunione, alla partecipazione e alla missione della Chiesa. Un nuovo modo egualitario di valutare tutti i fedeli, un nuovo modo di comprendere l’autorità, come la intendono oggi i popoli, un nuovo linguaggio per esprimere i contenuti della fede cristiana primigenia, evitando le adesioni ideologico-filosofiche che oggi non si comprendono, ecc. Un esempio in ognuno dei temi. Ciò che credevamo più importante è stato marginalizzato. Alcuni pensano che sia soprattutto per paura di rotture che protagonizzerebbero i più conservatori. L’unità deve essere compatibile con la diversità, si dice spesso, ma è un criterio vuoto.
Ciò che bisogna fare, nel modo migliore possibile: dare intensità alla vita delle Piccole Comunità di Base, affinché aprano strade con libertà creativa, come è sempre successo. Per questo naturalmente sono necessari arieti che rompano gli impedimenti legalisti che servono a mantenere le cose com’erano. Il clericalismo, così denunciato senza sosta ma senza trasformare la legislazione, da parte del precedente Papa Francesco, rimane altrettanto forte. Precisamente invocando la legge attuale, il Vaticano risponde negativamente ai vescovi tedeschi che chiedevano di poter dare il permesso ai laici di predicare nelle messe.
Con la promulgazione del Codice di Diritto Canonico nel 1983 si ha riorganizzato ciò che riguarda l’omelia. È stato innovativo permettere ai laici di predicare, ma in certi presupposti, nei quali non rientrava la richiesta citata, il che implicava un cambiamento del canon 767 § 1, il cui contenuto va rispettato: “Tra le forme di predicazione spicca l’omelia, che è parte della stessa liturgia ed è riservata al sacerdote o al diacono; lungo l’anno liturgico, in essa si espongano, partendo dal testo sacro, i misteri della fede e le norme della vita cristiana”. Pura essenza clericale, con un raffinato autoritarismo gerarchico. Solo i vescovi hanno il diritto di predicare, canon 763, mentre il canon 764 conferisce ai sacerdoti e ai diaconi la facoltà di farlo. L’omelia rimane riservata a coloro che pisano l’altare.
Ci troviamo di fronte al muro inamovibile del Codice di Diritto Canonico, che solo il Papa potrebbe cambiare, perché il Romano Pontifex ha potestas suprema, plena, immediata e universale nella Chiesa. Quasi nulla. Inoltre, la sua autorità è di diritto divino, il che significa che la Chiesa la considera ricevuta direttamente da Dio e deve essere obbedita come espressione della Sua volontà. Ma in pratica non tutti vedono le cose così chiaramente né le osservano così alla lettera. Per inciso, nemmeno i più conservatori. In un altro tempo, uniti spada e croce, allontanarsi dalle norme poteva implicare conseguenze terribili o più o meno gravi: emarginazione, persecuzione, prigione e persino condanna a morte con esecuzione. Ma poiché oggi non è così, c’è margine per la libertà e per poter aprire strade “dissidenti”, che potrebbero finire come alcuni che poi sono stati riconosciuti e hanno alterato la stessa marcia della Chiesa. Questo è sempre successo, anche nei tempi più oscuri e pericolosi. Ciò di cui si ha bisogno sono spiriti liberi che si facciano avanti affinché possa passare l’evangelo di Gesù di Nazareth, visto da una prospettiva diversa, a cui così tante volte nella storia della Chiesa il clero stesso ha messo i paletti.
Bisogna cercare nuovi modi di essere e fare Chiesa, al di fuori di codici, leggi e costumi. Assumiamo anche noi la teologia della liberazione, quella sociale, ma anche quella dogmatica e morale. Recuperiamo con libertà la nostra dignità ed esprimiamo le nostre esperienze religiose senza il corsetto imposto dal clericalismo suprematista che arriva ad influenzare la nostra coscienza morale fino a sottometterla. Raggiungere la libertà nella Chiesa oggi è più possibile che ieri. Il Vangelo è a portata di tutti, cosa che non è sempre stata così. Riuniamoci per leggerlo e fare insieme memoria della parola del Maestro. Facciamolo come suoi discepoli che vogliamo seguire il suo stile di vita. Che ognuno dica ciò che vuole di ciò che sente. Aiutiamoci affinché la nostra vita sia sempre più cristiana. Si può persino includere nelle nostre riunioni un racconto eucaristico. Non importa dare un nome a ciò che facciamo. Se in quei incontri c’è verità e vita, usciremo arricchiti da Cristo, che forse è la nostra principale aspirazione come credenti. Ciò che spesso non otteniamo con le messe, incluse le rispettive omelie fatte da chi ha potestas o facoltà per farlo.
25 giugno 2026. José María Álvarez Rodríguez (appartiene ai gruppi di Redes Cristianas de Asturias)
